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Vivere in un mondo liquido-moderno


Pattinando sopra il ghiaccio sottile, la nostra speranza di salvezza sta nella velocità
Ralph Waldo Emerson
'Prudenza'

 "Vita liquida" e "modernità liquida" sono profondamente connesse tra loro. "Liquido" è il tipo di vita che si tende a vivere nella società liquido-moderna. Una società può essere definita "liquido-moderna" se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo. […]
La vita liquida è, insomma, una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza. Le preoccupazioni più acute e ostinate che l'affliggono nascono dal timore di esser colti alla sprovvista, di non riuscire a tenere il passo di avvenimenti che si muovono velocemente, di rimanere indietro, di non accorgersi delle "date di scadenza", di appesantirsi con il possesso di qualcosa che non è più desiderabile, di perdere il momento in cui occorre voltare pagina prima di superare il punto di non ritorno. La vita liquida è una successione di nuovi inizi: ma è proprio perciò che le fini rapide e indolori, senza cui nuovi inizi sarebbero impensabili, tendono a rappresentare i momenti di massima contestazione e a procurare i mal di testa più insopportabili. Tra le arti del vivere liquido-moderno e le abilità che esse richiedono, sapersi sbarazzare delle cose diventa più importante che non acquisirle.
Per dirla con il cartoonist dell'"Observer", Andy Riley, è irritante "leggere sui giornali quanto è bello 'rallentare' prima ancora di aver potuto 'accelerare'" . Bisogna affrettarsi ad 'accelerare' se si vogliono godere le delizie del 'rallentare'. 'Accelerare' ha senso solo come preparazione al 'rallentare', che ne è il principale scopo; la qualità dell''accelerazione', in ultima analisi, verrà valutata in base al sollievo di un 'rallentamento' dolce e indolore...
Come porre termine, come chiudere: è su questo, e non certo su come iniziare o aprire qualcosa, che chi vive la vita liquido-moderna ha bisogno urgente d'istruzioni, e questo è ciò che offrono, nella maggior parte dei casi, i consulenti nelle arti del vivere. Un altro collaboratore dell'"Observer", tra il serio e il faceto, elenca le regole aggiornate per "riuscire a chiudere" una relazione: senza dubbio la più difficile delle situazioni da "chiudere", ma anche quella che più di ogni altra i partner sperano, e cercano, di chiudere, e per la quale si riscontra, ovviamente, una richiesta particolarmente pressante di assistenza tecnica. L'elenco delle regole inizia con "Ricordati dei momenti brutti e dimentica quelli belli" e termina con "Fa' nuovi incontri", passando dall'ordine "Cancella tutta la corrispondenza elettronica". Ovunque l'accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire.
Forse la descrizione della vita liquido-moderna come una serie di nuovi inizi è l'appendice involontaria di una sorta di complotto, e riproducendo un'illusione condivisa da tanti contribuisce a proteggerne il segreto meglio nascosto (in quanto disonorevole, sebbene solo in parte). Forse un modo più adeguato di raccontare la vita liquido-moderna è snocciolare la storia di fini successive. E forse l'apoteosi della vita liquida di successo emerge meglio se le tombe di cui è lastricato il suo cammino si notano poco, invece di sfoggiare lapidi commemorative.
In una società liquido-moderna l'industria di smaltimento dei rifiuti assume un ruolo dominante nell'ambito dell'economia della vita liquida. La sopravvivenza di tale società e il benessere di coloro che ne fanno parte dipendono dalla rapidità con cui i prodotti vengono conferiti alla discarica e dalla velocità e dall'efficienza con cui gli scarti vengono rimossi. In una società simile nulla si può sottrarre alla legge universale della esitabilità e a nulla può essere concesso di restare più dello stretto necessario. La costanza, la resistenza e la vischiosità delle cose, inanimate e animate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, sono la fonte delle peggiori paure e il bersaglio delle aggressioni più violente.
La vita nella società liquido-moderna non può mai fermarsi. Deve modernizzarsi (leggi: continuare a spogliarsi quotidianamente di attributi giunti alla propria data di scadenza, e a smontare/togliere le identità di volta in volta montate/ indossate) o perire. Spinta dall'orrore della scadenza, non richiede più di essere trainata dai sogni delle meraviglie immaginate come esito estremo dei travagli della modernizzazione. Ciò che bisogna fare è correre con tutte le forze semplicemente per rimanere allo stesso posto, a debita distanza dalla pattumiera dove altri sono destinati a finire.
La "distruzione creatrice" è il modo tipico di procedere della vita liquida, ma quell'espressione sorvola, passandolo sotto silenzio, sul fatto che la creazione distrugge altre forme di vita e, incidentalmente, anche esseri umani. La vita nella società liquido-moderna è una versione sinistra, ma seria, del gioco delle sedie. La vera posta in gioco è la salvezza (temporanea) dall'eliminazione, che comporterebbe il ritrovarsi tra gli scarti. E poiché la concorrenza diviene globale, anche la pista su cui si gareggia è ormai globale.

Le maggiori possibilità di successo le hanno coloro che si trovano più vicini al vertice della piramide globale del potere, coloro per cui lo spazio non conta e la distanza non è un fastidio: chi è di casa in tanti luoghi, e in nessuno in particolare. Persone leggere, briose e volatili come l'industria e la finanza, ormai sempre più globali ed extraterritoriali, che costoro hanno visto nascere e su cui basano la propria esistenza nomade. Secondo la descrizione di Jacques Attali, essi "non hanno né fabbriche, né terre, né incarichi amministrativi. La loro ricchezza deriva da un asset che portano con sé: la conoscenza delle leggi del labirinto". Individui simili "amano creare, godere, muoversi"; vivono in una società "dai valori volatili, incurante dell'avvenire, egoista e edonista"; in loro "prevale l'accettazione del nuovo come buona novella, della precarietà come valore, dell'instabilità come imperativo, del meticciato come ricchezza" . Tutti costoro, in vario grado, conoscono e praticano l'arte della "vita liquida": sopportano l'assenza di orientamento, non soffrono di vertigini e sanno adattarsi alle situazioni confuse, alla mancanza di itinerario e di direzione e alla durata indefinita del tragitto.
Il modello che essi tentano di imitare con tutte le forze, sebbene con esiti diseguali, è Bill Gates, quel prodigio di successo negli affari contraddistinto, secondo Richard Sennett, dalla "facilità con cui distrugge ciò che ha creato" e dalla capacità di "tolleranza nei confronti della frammentazione" - una "persona abbastanza sicura di sé da trovarsi a proprio agio nel disordine, che prospera mentre tutto viene rimescolato", da muoversi "all'interno di una rete di possibilità" come alternativa alla "paralisi nell'esecuzione di un lavoro particolare" . L'orizzonte ideale di questi suoi seguaci somiglia forse a Eutropia, una delle Città invisibili di Italo Calvino, i cui abitanti, nel giorno in cui

si sentono assalire dalla stanchezza, e nessuno sopporta più il suo mestiere, i suoi parenti, la sua casa e la sua via, i debiti, la gente da salutare o che saluta, [... decidono] di spostarsi nella città vicina [... dove] ognuno prenderà un altro mestiere, un'altra moglie, vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra, passerà le sere in altri passatempi amicizie maldicenze .

Libertà di affetti e revocabilità di impegni sono i precetti che ispirano questo genere di persone, quali che siano i loro impegni e affetti. È a costoro che probabilmente si rivolgeva l'anonimo collaboratore dell'"Observer" che si celava dietro lo pseudonimo di "dottore scalzo" (Barefoot Doctor) quando consigliava ai suoi lettori di fare tutto "con grazia". Prendendo spunto dagli insegnamenti di Lao Tse, profeta del distacco e della serenità, così egli descriveva l'atteggiamento di vita più adatto per conseguire quel risultato:

Scorrendo come l'acqua [...] ci spostiamo rapidamente, senza mai contrastare la corrente, né fermarci abbastanza da ristagnare o aggrapparci agli argini o alle rocce - gli averi, le situazioni o le persone che attraversano la nostra vita -, e nemmeno tentando di restare fedeli alle nostre opinioni o visioni del mondo; semplicemente, attaccandoci, con leggerezza e intelligenza, a ciò che ci si presenta mentre passiamo, che lasceremo poi andare, con grazia e senza avidità [...] .

Di fronte a simili concorrenti gli altri, e soprattutto coloro che sono coinvolti nel gioco contro la propria volontà, che non "amano [...] essere in movimento", né possono permetterselo, hanno ben poche possibilità di successo. Partecipare alla gara non è per loro una scelta realistica, ma ad essi non è nemmeno consentito tenersene fuori. Volteggiare di fiore in fiore, alla ricerca del profumo più gradevole, non è nelle loro possibilità: essi possono solo restare aggrappati a luoghi dove i fiori - profumati o meno - sono pochi e anche quei pochi si dissolvono o marciscono davanti al loro sguardo infelice. Il suggerimento di "attaccarsi con leggerezza a ciò che ci si presenta" e "lasciarlo poi andare, con grazia" suona alle loro orecchie, nel migliore dei casi, come uno scherzo crudele ma soprattutto come un ghigno spietato.
E tuttavia, tocca anche a loro "attaccarsi con leggerezza" a "beni, situazioni e persone" che continueranno a scivolare via e scomparire a velocità vertiginosa, qualsiasi cosa essi facciano; e a nulla vale che cerchino di rallentarne la corsa. Dovranno "lasciarli andare" (senza grande soddisfazione, a differenza di Bill Gates) ed è irrilevante che lo facciano "con grazia"o tra grandi pianti e stridor di denti. E li si potrebbe perdonare per aver sospettato che esista un qualche collegamento tra la piacevole leggerezza e grazia ostentate da chi volteggia dinanzi al loro sguardo e il torpore e l'immobilità, sgradevoli ma involontari, che li caratterizzano.
L'indolenza, in effetti, non è una loro scelta. Leggerezza e grazia vanno di pari passo con la libertà - libertà di spostarsi, di scegliere, di smettere di essere ciò che si è, di diventare ciò che ancora non si è. Chi deve subire la nuova mobilità planetaria non ha una simile libertà. Non può contare sulla pazienza di coloro da cui vorrebbe tenere le distanze, né sulla tolleranza di coloro cui desidererebbe avvicinarsi. Per lui non ci sono uscite incustodite, né porte d'accesso aperte e accoglienti. La sua condizione è l'appartenenza: coloro ai quali appartiene e dei quali fa parte vedono tale condizione come dovere non negoziabile e incontrovertibile (sia pure sotto le sembianze di un diritto inalienabile), mentre coloro cui desidererebbe unirsi la vedono piuttosto come destino, altrettanto insuperabile, irreversibile e irredimibile. I primi non lo lasciano andar via, mentre i secondi non lo lasciano entrare. […]
Chiunque si trovi ai due estremi della gerarchia (e nella parte centrale della piramide, connessa ai due estremi da un doppio legame) è ossessionato dal problema dell'identità. Chi sta in alto dovrà scegliere il modello migliore fra i tanti disponibili sul mercato, assemblare le parti del kit vendute separatamente e riunirle in un modo che non sia troppo lasco (per evitare che le parti brutte, vecchie e superate che si cerca di nascondere s'intravedano dalle giunzioni), ma nemmeno troppo stretto (per poter rapidamente smontare il tutto quando verrà il momento, e verrà di certo). Per chi sta in basso il problema è quello di tenersi ben stretta l'unica identità disponibile e mettere insieme i vari pezzi, cercando di rintuzzare le forze erosive e le pressioni dirompenti cui è sottoposta, di riparare i muri che si sgretolano costantemente e di predisporre trincee più profonde possibile. Per tutti gli altri, sospesi tra i due estremi, il problema è mescolare opportunamente questi due approcci.

Traendo spunto dal quadro tracciato da Iosif Brodskij - in cui i contemporanei, materialmente benestanti ma immiseriti e affamati sul piano spirituale, sono stanchi (come i cittadini di Eutropia) di tutto ciò di cui hanno goduto fino a quel momento (dallo yoga al buddismo, dallo zen alla contemplazione a Mao) e per questo prendono a buttarsi a capofitto (con l'aiuto delle tecnologie più avanzate, inutile dirlo) sui misteri del sufismo, della cabala o del sunnismo per rinvigorire il loro desiderio di desiderare, ultimamente un po' in calo - Andrzej Stasiuk, uno dei più acuti studiosi delle culture contemporanee e del loro disagio, ha definito il tipo del "sottoproletariato dello spirito", avanzando l'ipotesi che le sue file si ingrossano rapidamente e che i suoi tormenti scolano a profusione permeando strati sempre più ampi della piramide sociale . […]
L'eternità è ovviamente messa al bando. L'eternità, ma non l'infinito: finché dura, infatti, il presente può essere esteso oltre ogni limite, e contenere tutto ciò di cui, un tempo, si sperava di poter fare esperienza quando fosse giunta l'ora: "è altamente probabile", osserva Stasiuk, "che il numero di esseri digitali, di celluloide e analogici incontrati nel corso di una vita normale si avvicini a quello che potevano offrire solo la vita eterna e la resurrezione della carne". Grazie al numero infinito di esperienze terrene che si spera di poter fare, non si sente la mancanza dell'eternità: anzi la sua perdita può persino passare inosservata.
Ciò che conta è la velocità, non la durata. Andando alla giusta velocità si può consumare tutta l'eternità nell'ambito del presente continuo della vita terrena. O, quanto meno, è questo l'obiettivo - e la speranza - del "sottoproletariato dello spirito". Il trucco sta nel comprimere tutta l'eternità fino a contenerla nell'arco della vita di un individuo. Il problema della mortalità dell'esistenza in un universo immortale è stato finalmente risolto: non ci si deve più preoccupare di ciò che è eterno, non si perde nessuna delle meraviglie dell'eternità e, anzi, nell'arco di una vita mortale diventa possibile esaurire tutto ciò che l'eternità abbia da offrire. Forse non è possibile liberare dal tempo la vita mortale, ma sicuramente si può (almeno tentare di) rimuovere qualsiasi limite alla quantità di gratificazioni da provare prima di aver raggiunto quel confine inamovibile.
In un mondo che ormai non esiste più, in cui il tempo si muoveva assai più lentamente e resisteva all'accelerazione, le persone cercavano di superare il penoso divario tra la pochezza di una vita breve e mortale e la ricchezza infinita dell'universo eterno attraverso le speranze di reincarnazione o di resurrezione. Nel nostro mondo, che non conosce né ammette limiti all'accelerazione, si può pure rinunciare a quelle speranze. Se ci si muove abbastanza in fretta, senza fermarsi a guardare indietro e a contare profitti e perdite, è possibile comprimere nell'arco di una vita mortale un numero sempre maggiore di esistenze, forse tutte quelle che ne potrebbe offrire l'eternità. A che cosa servirebbe altrimenti, se non ad agire su quell'idea, tale irrefrenabile, compulsivo e ossessivo rigenerare, ristrutturare, riciclare, revisionare e ricostituire l'identità? L'"identità", in fin dei conti, ha a che fare (proprio come la reincarnazione e la resurrezione di un tempo) con la possibilità di "rinascere", di smettere di essere ciò che si è per diventare chi non si è ancora. […]

La vita liquida è una vita di consumi. Essa marchia il mondo e ogni suo frammento, animato e inanimato, come oggetti di consumo: vale a dire oggetti che perdono la propria utilità (e con essa il lustro, l'attrazione, il potere di seduzione, e dunque il valore) man mano che vengono usati. La vita liquida modella secondo i canoni degli oggetti di consumo il giudizio e la valutazione di tutti i frammenti, animati e inanimati, del mondo.
Gli oggetti di consumo hanno una limitata aspettativa di vita utile, e una volta superato tale limite diventano inadatti al consumo; e, poiché "poter essere consumati" è la sola caratteristica che ne definisca la funzione, essi diventano inadatti a qualsiasi cosa: inutili, insomma. A questo punto andrebbero eliminati (biodegradandoli, incenerendoli, affidandoli alle cure delle agenzie di smaltimento dei rifiuti) dal luogo dove si svolge la vita di consumi, per far posto ad altri oggetti di consumo ancora inutilizzati.
Per sottrarsi al disagio di restare indietro, di restare attaccati a qualcosa con cui nessuno vorrebbe farsi vedere, di esser colti alla sprovvista, di perdere il treno del progresso invece di saltarci sopra, occorre tenere a mente che è nella natura delle cose esigere vigilanza, ma non fedeltà. Nel mondo liquido-moderno la fedeltà è causa di vergogna, non di orgoglio. Basta collegarsi al proprio fornitore di connessione internet - la prima cosa da fare al mattino - e tale sobria verità ci verrà ricordata in cima all'elenco delle notizie del giorno: "Ti vergogni del tuo cellulare? È così vecchio che sei a disagio quando rispondi? Cambialo con un modello di cui tu possa andar fiero". Il rovescio della medaglia del comandamento di "cambiare modello" di cellulare con un altro allineato al consumatore ideale è, naturalmente, il divieto di farsi vedere con quello "cambiato" in precedenza.
I rifiuti sono il prodotto principale, e probabilmente il più abbondante, della società dei consumi liquido-moderna; tra tutte le industrie della società dei consumi, la produzione di rifiuti è la più massiccia e non conosce crisi. Lo smaltimento dei rifiuti è perciò una delle due principali sfide che la vita liquida ha di fronte; l'altra riguarda il rischio di finire tra i rifiuti. In un mondo affollato di consumatori e di oggetti di consumo, la vita è pericolosamente in bilico tra le gioie dei consumi e gli orrori dei cumuli di rifiuti. La vita può essere sempre un vivere-per-la-morte, ma in una società liquido-moderna vivere-per-la-discarica può essere una prospettiva e una preoccupazione più immediata e che assorbe più energie e sforzi. […]
La vita liquida si alimenta dell'insoddisfazione dell'io rispetto a se stesso. La critica è autoreferenziale e diretta all'interno, e lo stesso vale per la riforma che tale autocritica esige e sollecita. È in nome di una simile riforma, che guarda e mira all'interno, che il mondo esterno viene depredato, saccheggiato e devastato. La vita liquida dota il mondo esterno, e tutto ciò che nel mondo non faccia parte dell'io, di un valore essenzialmente strumentale; tale mondo, una volta che si è visto sottrarre o negare valore di per sé, trae tutto il proprio valore dal servizio che rende alla causa dell'autoriforma, ed è in base a tale contributo che il mondo, e ciascuno dei suoi elementi, vengono giudicati. Le parti del mondo inadatte a (o non più capaci di) servire a tal fine vengono lasciate fuori dall'ambito della pertinenza e abbandonate a se stesse, oppure scartate appositamente e spazzate via. Tali parti non sono altro che i rifiuti della tensione all'autoriforma, e la loro destinazione naturale è la discarica. Dal punto di vista della vita liquida la loro conservazione sarebbe irrazionale: il loro diritto a essere conservate per se stesse non è facilmente sostenibile, e tanto meno dimostrabile, nella logica della vita liquida.
È per questo che l'avvento della società liquido-moderna ha segnato la fine delle utopie incentrate sulla società e, più in generale, il tramonto dell'idea di "società buona". Se mai la vita liquida possa ispirare un interesse per la riforma della società, tale riforma postulata mirerà soprattutto a spingere ancor più la società ad abbandonare, una dopo l'altra, tutte le rivendicazioni di un valore proprio che non sia quello di una forza di polizia che vigili sulla sicurezza degli io che si autoriformano, e ad accettare e consolidare il principio di compensazione (la versione politica della garanzia "soddisfatti o rimborsati") qualora l'azione di polizia fallisca o venga reputata inadeguata. Persino le nuove sollecitudini per la tutela dell'ambiente devono la propria popolarità alla percezione dell'esistenza di un legame tra l'abuso predatorio degli spazi comuni del pianeta e le minacce al regolare corso delle egocentriche occupazioni della vita liquida.
Questa tendenza si alimenta e si rinforza da sé. La concentrazione sull'autoriforma si autoperpetua, e lo stesso vale per il disinteresse e la disattenzione per gli aspetti della vita collettiva che non si lasciano tradurre completamente e immediatamente negli obiettivi correnti dell'autoriforma. La mancanza di attenzione per le condizioni della vita collettiva preclude la possibilità di rimettere in discussione lo scenario che rende liquida la vita individuale. Al successo della ricerca della felicità - fine apparente e motivazione predominante della vita individuale - si oppone continuamente il modo stesso in cui avviene tale ricerca (l'unico modo in cui può avvenire nel contesto liquido-moderno). L'infelicità che ne risulta conferisce maggior ragione e forza ad una life politics, una politica di vita egocentrica: il suo effetto ultimo è il perpetuarsi della liquidità della vita. Società liquido-moderna e vita liquida sono incastrate in un vero e proprio perpetuum mobile. […]

Una risposta abituale a un tipo di comportamento sbagliato, a una condotta inadeguata a perseguire uno scopo accettato o che conduce a esiti indesiderabili, è l'educazione, o la rieducazione: indurre nell'allievo nuovi tipi di motivazioni, sviluppare nuove propensioni e allenarlo a impiegare nuove abilità. Il senso dell'educazione, in questi casi, sta nel mettere in questione il portato dell'esperienza quotidiana, nel controbattere e in fondo rifiutare le pressioni provenienti dal contesto sociale in cui agiscono gli allievi. Ma saranno, educazione e educatori, all'altezza? Riusciranno a resistere alle pressioni? Sapranno evitare di farsi mettere al servizio proprio delle pressioni che dovrebbero rifiutare? Questa domanda è stata posta fin dall'antichità, e ha più volte avuto risposte negative dalla vita sociale nelle sue varie reincarnazioni: eppure, dopo ogni disastro essa è riemersa con forza immutata. Le speranze di utilizzare l'educazione come una leva abbastanza potente da scombussolare e, in ultima analisi, rimuovere le pressioni dei "fatti sociali" sembrano essere tanto vulnerabili quanto immortali... Ad ogni modo, le speranze sono vive e vegete. Henry A. Giroux ha dedicato anni di studio assiduo alle possibilità di una "pedagogia critica" in una società rassegnata al potere soverchiante del mercato. La conclusione cui è recentemente pervenuto in collaborazione con Susan Searls Giroux è la riaffermazione di un auspicio secolare:

In opposizione alla mercificazione, alla privatizzazione e alla commercializzazione di tutto ciò che ha a che vedere con l'educazione, gli educatori devono definire la istruzione superiore come risorsa vitale per la vita democratica e civile della nazione. La sfida che si pone dunque ai docenti, ai lavoratori della cultura, agli studenti e alle organizzazioni del lavoro è quella di unirsi nell'opposizione alla trasformazione dell'istruzione superiore in un settore commerciale [...] .

Nel 1989 Richard Rorty indicava come finalità auspicabili e possibili degli educatori i compiti di "sobillare i ragazzini" e di insinuare "dubbi negli studenti sulla loro stessa immagine di sé e sulla società di cui fanno parte" . È chiaro che difficilmente tutti coloro che operano come educatori accetteranno la sfida e faranno proprie tali finalità. Le stanze e i corridoi del mondo accademico sono popolati da due tipi di persone: alcune "impegnate a conformarsi a criteri ben definiti per fornire contributi alla conoscenza", le altre preoccupate soprattutto di "espandere la propria immaginazione morale" e di leggere libri "al fine di ampliare la propria percezione di ciò che è possibile e importante, per se stessi come individui o per la società di cui fanno parte". L'appello di Rorty si rivolge a questo secondo genere di persone, le uniche in cui riponga le proprie speranze. Egli è ben consapevole che i docenti che risponderanno a questi squilli di trom ba si troveranno a combattere una battaglia che non ha certo il favore dei pronostici. "Non possiamo dire ai consigli di amministrazione, alle commissioni governative e simili che la nostra funzione è di smuovere le acque, di far sentire in colpa la nostra società, di minarne gli equilibri", o (come scrive altrove) che l'istruzione superiore "non punta a inculcare o a far emergere la verità, ma punta piuttosto a stimolare il dubbio e spronare l'immaginazione, contestando così l'opinione prevalente" . Esiste una tensione tra la retorica pubblica e il senso di missione degli intellettuali: essa "rende l'accademia, in generale, e in particolare chi ha una formazione umanistica, estremamente vulnerabili ai cacciatori di eresie". Poiché i messaggi di chi promuove il conformismo sono sostenuti con forza dall'opinione dominante e dai quotidiani riscontri dell'esperienza di senso comune, quella tensione, possiamo aggiungere, rende gli "intellettuali umanistici" facili bersagli per gli assertori della fine della storia, delle scelte razionali, delle policies di vita secondo cui "non esiste alternativa" e di altre formule che tentano di cogliere e di esprimere lo slancio, effettivo o presunto, di una dinamica societaria che appare invincibile. Essa incoraggia dosi di irrealismo, utopia, pie illusioni, sogni a occhi aperti e (il danno dopo la beffa, in un odioso capovolgimento della verità etica) irresponsabilità.
Per quanto schiaccianti possano essere le forze contrarie, una società democratica (o, come direbbe Cornelius Castoriadis, autonoma) non conosce alternative all'impiego dell'educazione e dell'autoeducazione come mezzi per influenzare il corso di eventi che possono essere riconciliati con la sua natura, la quale dal canto suo non si può conservare a lungo senza "pedagogia critica": senza un'educazione, cioè, che affili le armi della critica, "faccia sentire in colpa la nostra società" e "smuova le acque" agitando le coscienze umane. I destini della libertà, della democrazia che la rende possibile (e ne è resa possibile) e dell'educazione che produce insoddisfazione per il livello di libertà e di democrazia raggiunto sino a quel momento sono inestricabilmente collegati e non disgiunti. Questa strettissima connessione può apparire come un altro caso di circolo vizioso - ma è all'interno di tale circolo che sono inscritte le speranze e le possibilità del genere umano, né può essere altrimenti.

Questo testo è tratto dal volume: Zygmunt Bauman, Liquid life, Polity Press, Cambridge 2005, trad.it. Vita liquida, Laterza, Roma-Bari 2006, pp.VII-XXIV.


 
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