Virtual Identities
Palazzo Strozzi
  Strozzina
       
         

 

 

Autori:
 
Franziska Nori
Antonio Glessi
Roberto Simanowski
Michael Wesch
Sherry Turkle
 
Antonio Glessi
Ego digitali: nomadi ubiqui

Tra gli esseri umani i tratti caratterizzanti e identificativi di una persona sono un volto, una voce, una firma. Nel mondo delle macchine che muovono internet sono un dato alfanumerico: una password, uno pseudonimo, un codice fiscale. Sono bit e viaggiano a miliardi al secondo da un capo all’altro del mondo senza praticamente occupare spazio. Sono capaci di replicarsi all’infinito sempre perfettamente identici a se stessi e, soprattutto, di aggregarsi tra loro in mille forme diverse. I bit sono la vera natura della rete. Per poter essere online, abbiamo acconsentito a barattare un po’ della nostra privacy in cambio di una serie di indubbi vantaggi: efficienza operativa, convenienza economica, conformismo sociale. La maggioranza di noi non ha niente da nascondere, anzi ha spesso piacere, se non desiderio, ad esibire aspetti anche intimi della propria quotidianità. Nel 2007 il 60% degli utenti internet dichiarava di non essere particolarmente preoccupato che le proprie informazioni personali fossero reperibili in rete (Pew Research Center’s Internet & American Life Project). Più della metà dei teenager e quasi un quarto degli adulti avevano registrato nei social network profili personali aperti alla consultazione di chiunque. Così, ogni giorno di più, le nostre foto, le nostre e-mail, piccoli frammenti del nostro “essere digitale”, sono diventati parte del grande flusso di bit, masticato e digerito nell’ombra da software sempre più capaci di distillarne i contenuti, individuarne ricorrenze e congruenze. Una volta combinate tra loro e richiamate dai motori di ricerca, queste si traducono in suggerimenti utili, previsioni, inaspettate associazioni. Nella maggioranza dei casi si tratta solo di pubblicità mirata, certamente più utile e intelligente di quella tradizionale, ma non per questo meno invasiva. Tuttavia può venire alla luce anche qualcosa che ci riguarda da vicino e che mai avremmo immaginato potesse riemergere dal profondo della rete oppure potesse essere associata a persone ed eventi a noi lontani, nel bene come nel male. Fino a pochi anni fa l’idea del vivere in rete era ancora tema dai sapori fantascientifici. Poi sono arrivati i primi mondi virtuali, che permettevano di intraprendere quella che si è dimostrata non proprio una “seconda vita”, quanto piuttosto una banalissima doppia vita (Adriano Sofri, 2007). Non avevano pertanto il medesimo appeal della promessa offerta dai social network, di poter allargare gli orizzonti e le opportunità della propria prima ed unica vita reale attraverso l’uso delle nuove tecnologie multimediali e delle modalità di relazione ad esse associate. Il paradigma si è allora rovesciato: l’umanità non si è smaterializzata migrando nella virtualità, ma piuttosto quest’ultima, silenziosa e pervasiva, si è insinuata nella realtà, che da virtuale è diventata “aumentata”. E tutti, o quasi, l’hanno abbracciata.
Il processo, non soltanto tecnologico, che ha permesso questa adesione di massa è detto “convergenza”. Già previsto dai teorici della metà degli anni Ottanta, è un fenomeno cresciuto in maniera costante ed esponenziale e pertanto passato quasi inosservato ai più. La maggioranza di noi si è così ritrovata proiettata in dinamiche di partecipazione collettiva online che fino a qualche tempo fa le erano precluse, se non sconosciute, dove diversi sistemi mediali coesistono e si scambiano tra loro, senza soluzione di continuità, ogni genere di contenuti digitali, invertendo continuamente i ruoli tra chi li produce e chi li consuma.   Terreno di elezione per queste pratiche è la sempre più vasta area dei cosiddetti social network, piattaforme tecnologiche dove la confluenza di servizi di informazione e di comunicazione si alimenta con le attività del proprio pubblico, che agisce sia come fruitore che come produttore di contenuti. Sebbene la più immediata percezione sia quella di una vetrina multimediale personale, il social network è in realtà soprattutto un palcoscenico dove esibire pubblicamente il proprio “capitale sociale”, composto di amici (o presunti tali) e aree di interesse, che di fatto determinano la personalità online dell’utente attraverso il suo accreditamento presso i circoli sociali cui testimonia di appartenere. In rete, agli occhi dei più, non mi definisce tanto ciò che mi piace, quanto chi mi piace e coloro a cui piaccio. Non a caso i sociologi parlano di “performance” per definire la costruzione e la gestione di un profilo online. Dal professionale al ludico, ne consegue una reciproca promozione utente-servizio che innesca un meccanismo a cascata inarrestabile, che attira sempre più adesioni. E quanto più una tecnologia viene adottata, tanto più diventa utile. La straordinaria ascesa di Facebook ne è testimonianza evidente.  

Anche se già riunisce un decimo degli abitanti del pianeta, non esiste tuttavia solo Facebook, il panorama dei social network è ampio e variegato. Con una certa dose di astrazione si può provare a immaginarne l’improbabile geografia (tra i tanti, si veda il progetto Recorded Future, https://www.recordedfuture.com/), sempre in tumultuosa evoluzione, ma comprenderne l’esatta demografia è praticamente impossibile. La relazione “una testa, un voto” nel mondo online non è più valida. Dietro alla stessa persona fisica si possono infatti celare molteplici varianti del medesimo sé, più o meno consapevolmente sparpagliate in una miriade di piazze virtuali dove non c’è armonia, ma solo velocità e abbondanza straripanti.   È il rovesciamento della piramide del broadcast televisivo tradizionale. “We are all media”, nelle parole di Al Gore. È dal chiacchiericcio in rete che emergono prepotentemente gli stati d’animo più o meno genuini, dei singoli come della collettività. Le mode, le novità, le innovazioni ora arrivano sempre più e sempre più velocemente dalla periferia diffusa dell’impero, nascono nella babele dei segni digitali, dai remix dei contenuti dove pubblico e privato sono ormai inestricabilmente intrecciati tra loro. Per la legge dei grandi numeri qualcuno o qualcosa finisce sempre per intercettare il sentimento diffuso di una tribù dispersa che improvvisamente si raccoglie attorno all’impensabile solitaria follia di un singolo e vi si riconosce, creando istantanee cyber star planetarie. Meteore mediatiche, capaci di raccogliere milioni di consensi ed epigoni alla stessa velocità con cui un attimo dopo cadono nell’oblio del “già visto”. La celebre profezia di Andy Warhol sui 15 minuti di celebrità che ognuno avrebbe avuto nella futura società dei media è oggi comune prassi quotidiana.   Se la rete consuma voracemente, tuttavia non dimentica, pronta a riesumare al bisogno ogni minimo dettaglio. Una progressione di costi di archiviazione e distribuzione digitale, sempre più tendenti allo zero, consente che ogni spezzone di questa nostra vita digitale venga registrato, conservato, organizzato, incrociato e maniacalmente ricondotto a minuziosa statistica da algoritmi di ricerca al servizio di eserciti di trend setter che spiano con attenzione i flussi migratori dei net citizens. Questa massa di dati è potenzialmente capace di predire trend sia di mercato che culturali di nicchie impensabili. Vai dove ti porta lo sciame e colpisci nel mucchio. Se sei fortunato, qualcosa coglierai. Fine del marketing pianificato? Forse no, ma le regole certamente cambiano. Dalle tecniche siamo passati alle tecnologie di relazione.   Se, come dice Jaron Lanier, “è la gente che crea i network, non gli algoritmi”, ci si chiede se e quanto gli strumenti incidano sul grado di socializzazione, inducendo a nuove pratiche che da tecniche diventano culturali. Indubbiamente la possibilità di poter gestire le proprie relazioni online, fuori dalle consuete limitazioni spazio temporali della vita reale, ha costituito un cambiamento di prospettiva e di percezione dei rapporti interpersonali, sia nel campo del lavoro che degli affetti (Paul Adams, 2010).   Come sottolinea David Brin, il prossimo passaggio obbligato è allora quello dalla società del post-privato a quella della trasparenza. Non una rassegnata abdicazione all’indifendibilità del proprio privato, ma piuttosto trovare i giusti strumenti per poterlo proteggere. Se particolari della propria vita, che si preferirebbe fossero ignoti ai più, possono essere conosciuti da estranei perché disponibili online, almeno dovrebbe essere reso tecnicamente e legalmente impossibile utilizzarli per recare danno ad altrui.   La consapevolezza dello strumento e di come usarlo per non perdere importanti opportunità e anche per non trovarsi in un mare di guai, diventa bagaglio culturale essenziale. In una società globalizzata dove è il lavoro che cerce te e non il contrario, rendersi disponibili e mettere in bella mostra le proprie qualità è divenuto elemento competitivo in tutte le aree professionali, non diversamente da quanto accade nei siti di dating online sempre più gettonati e diversificati. Per le nuove generazioni trovare in rete un partner commerciale o l’anima gemella è ormai non è affatto straordinario. Parallelamente crescono le cause di divorzio che portano in giudizio, come prove, le tracce dei rapporti tenuti in rete. Dal paradiso all’inferno in un click. Ma “fare attenzione” nel “richiedere attenzione” non sempre basta, occorre anche avere la “capacità di mantenere” l’attenzione, propria e altrui. Dall’emozionale al fisiologico, la tecnologia sembra ancora una volta parlare solo alla mente e dimenticare il corpo.   Alla fine degli anni Novanta, nel pieno del boom della Net-Economy, Microsoft lanciò una propria campagna pubblicitaria globale basata sullo slogan “Where do you want to go today?”. Un palese invito all’esplorazione della rete, alla nuova straordinaria possibilità di accedere immediatamente alla biblioteca universale, mirabile sintesi di tutto il meglio e tutto il peggio di ogni cosa, a cui potersi rivolgere nel momento del bisogno o del desiderio di conoscere. Anno dopo anno, quella piccola finestra sul mondo si trasforma in un vorace imbuto nel quale sempre più incanalare la nostra attenzione. In un recente spot per la promozione del suo WinPhone7, ancora la Microsoft conclude con un accorato invito a dare nuovamente la dovuta partecipazione a ciò e a chi ci è più vicino nel mondo reale: “Be here now” (http://www.youtube.com/watch?v=EHlN21ebeak).  

È una spiritosa celebrazione dell’attuale “Age of Distraction”, con i protagonisti ritratti nel mezzo delle più diverse attività quotidiane, ma così assorbiti dalla digitazione sui propri smartphone da essere completamente impermeabili all’ira, all’incredulità e alla rassegnazione di coloro che li circondano. Dall’era dell’accesso a quella dell’eccesso. L’emergenza emotiva che oggi sembra prevalere è dunque quella di ricongiungere mente e corpo – così troppo spesso divisi, persino spezzati – nel vano quanto irresistibile tentativo di dividerci e moltiplicarci per rimanere agganciati all’interminabile, straripante flusso di segnali e stimoli provenienti dalla rete. Nel mondo prima di internet l’informazione transitava attraverso canali privilegiati o settoriali e non era mai realmente abbastanza. Oggi nel mercato della comunicazione lo scettro di risorsa più scarsa, e quindi più preziosa e ambita, è passato alla nostra attenzione. “Attention shapes the self, and is in turn shaped by it” (L’attenzione determina il sé, e ne è a sua volta determinata) osserva Mihaly Csíkszentmihályi nel suo Flow: The Psychology of Optimal Experience. L’interrogativo diventa allora non più “dove andiamo oggi?”, ma piuttosto “dove siamo ora”? Qual’è il nostro hic et nunc analogico/digitale?   Media device più o meno intelligenti, ma comunque sempre più piccoli, sofisticati, veloci e capaci, non sono più gadget di lusso per pochi, ma già compagni inseparabili di molti. La loro promessa è quella di renderci ubiqui, ma conservarci nomadi. Nati per servirci, questi strumenti sono spesso invece divenuti dispotici padroni dei nostri ritmi di vita (Mickey Meece, 2011). Dal fare “meglio e prima” grazie alle tecnologie, siamo ora prigionieri del fare “di più, ma peggio”, non più favoriti, ma piuttosto obbligati dalle tecnologie.  

Continuiamo a dialogare con macchine che aumentano le loro capacità di risposta a velocità vertiginose sempre e solo con al massimo le medesime dieci dita (John Maeda, 2000). Lo scarto tra la mente, sedotta dalla potenza della macchina, e il corpo, costretto ad arrancare per seguire entrambe, è divenuto insostenibile. Da qui la propensione ad affidarci a sempre nuovi e migliori apparati tecnologici capaci di supportare le nostre attività di relazione con gli altri e con il mondo. In particolare sembra perdere importanza la conoscenza interiorizzata, acquisita con lo studio o con l’esperienza, a favore dell’informazione contestuale demandata ai device elettronici che ci supportano. Dai semplici numeri dell’agenda telefonica alla richiesta specialistica su Google, memoria e sapere sono ormai risorse in outsourcing. Psicologia cognitiva e scienze neurologiche indagano febbrilmente il campo dell’interazione uomo macchina, alla ricerca di soluzioni ergonomiche che facilitino la gestione selettiva di crescenti quantità di dati, senza parallelamente aumentarne la complessità di rappresentazione. Nonostante i recenti significativi progressi, una teoria olistica degli stati di attenzione, essenziale per la produzione di interfacce efficienti ed efficaci, sembra essere ancora lontana (Claudia Roda, 2011).  

Progetti come il “Knowledge Navigator” (http://www.youtube.com/watch?v=3WdS4TscWH8) datano ormai quasi un quarto di secolo, ma ci fanno capire ancora oggi quanto un’interfaccia naturale e trasparente come un segretario, con sembianze e modi umani, sia quello che tutti vorremmo e sapremmo immediatamente usare. Il tema delle intelligenze artificiali, dopo le roboanti promesse andate deluse a fine secolo scorso, sta fortemente reinserendosi nella nostra realtà con obiettivi molto meno altisonanti, ma estremamente concreti. La maggior parte delle identità virtuali con cui abbiamo infatti un dialogo, per lo più inconsapevole, non sono alter ego di umani, ma oggetti elettronici dotati di intelligenze tanto minime quanto funzionali. La cosiddetta “internet delle cose” è oggi composta da miliardi di microchip seminati nei nostri ambienti per renderli più confortevoli e produttivi. L’evidente tendenza a governare la complessità generandone altra, ci rende sempre più simbiotici con la tecnologia e apre il tema del nostro futuro evolutivo in chiave bio-informatica. Le strade che si prospettano sembrano essere sostanzialmente due: interiorizzare la tecnologia (Andy Clark, 2003), oppure trasferire il proprio io in un apparato indipendente. Senza entrare nelle considerazioni filosofiche sul post o il super-human, la questione identitaria di fondo che si porrà in entrambi i casi sarà quella di domandarsi via via non tanto cosa renda un computer più “umano”, ma piuttosto quali caratteristiche intellettive peculiari ed irripetibili abbia ancora un umano per definirsi tale rispetto a macchine sempre più sofisticate ed efficienti (Brian Christian, 2011).  

Il pallino del gioco è dunque in mano agli ingegneri del software. Già nel 1999 Katherine Hayles prefigurava i “coder” come gli psicologi del nuovo millennio, gli unici in grado di aiutarci a comprendere il nuovo contesto in cui ci muoviamo affannosamente, troppo preoccupati dai “come” per poterci interrogare sui “perché” di un mondo che cambia così velocemente. Speranze mal riposte, secondo Jaron Lanier che, dieci anni dopo, li accusa non solo di non aver raccolto questa impegnativa eredità, ma di aver tradito le promesse libertarie dei pionieri della rete, trasformandola, loro malgrado, in un ecosistema fatto di macchine attente solo a dialogare con altre macchine. Secondo Lanier, software ormai inestricabilmente connessi tra loro, stanno condizionando irreversibilmente la libertà di espressione, costringendo gli utenti ad aderire obbligatoriamente a schemi e modalità preconfezionate di produzione dei contenuti, generando piatta omologazione creativa, semanticamente irrilevante e utile solo allo sfruttamento commerciale e finanziario della rete.   Decisamente meno pessimista è l’antropologo Michael Wesch che, come mostra nel suo video Machine is us/ing us, rivendica la centralità del ruolo dell’utente in rete, il suo potere di influenzarne gli sviluppi in funzione del proprio grado e volontà di partecipazione che, per essere davvero efficace, deve però essere collettiva e consapevole.   In nessun luogo come internet “l’unione fa la forza”. Lo stesso web è originariamente nato per favorire la libera circolazione dei saperi tra le comunità scientifiche del mondo intero. Dalla metà degli anni Novanta il movimento Open Source ha stabilito il paradigma di quello che è stato definito il nuovo socialismo digitale: massimizzare l’autonomia e le risorse sia individuali che collettive della comunità dei propri membri. Un modello vincente nel quale ognuno dà quello che può e riceve molto più di quanto non abbia bisogno. Attraverso quattro gradi di partecipazione – dalla condivisione alla cooperazione, dalla collaborazione al collettivismo – questo ha ispirato una serie di progetti, Wikipedia tra tutti, che hanno fatto la storia della rete e della cultura contemporanea.  

Questi modelli partecipativi hanno generato grandi speranze di diffusione dei principi democratici nel tessuto sociale della vita reale. Nonostante l’enfasi giornalistica sul presunto impatto delle nuove tecnologie mediatiche sulle dinamiche politiche internazionali, a un più distaccato e attento esame certi entusiasmi si sono però molto raffreddati.    
Che internet faccia viaggiare le idee molto più velocemente è ormai dimostrato, ma è altrettanto provato come non sposti le opinioni. Formidabile strumento organizzativo che riunisce e consolida i seguaci di ogni causa, rafforza l’unità di quelli sparsi nel mondo, ma raramente ne crea di nuovi. Malcolm Gladwell, nel suo Small Change, sostiene che se Martin Luther King avesse usato Twìtter, non ci sarebbe mai stato il movimento dei diritti civili. L’eccessiva offerta di tribune mediatiche di diverso orientamento politico disponibili attraverso le piattaforme sociali è motivo di ulteriore distacco dalla scena politica dello spettatore non già politicamente orientato, frastornato dalla quantità di opinioni disponibili e infastidito dalla radicalizzazione dello scontro tra le fazioni.   Chiusure vengono anche da altri strumenti, quali la telefonia e la televisione satellitare che, annullando le distanze, permettono infatti alle comunità di immigrati in paesi stranieri di mantenere cordoni ombelicali molto forti con le culture di origine, rallentando i processi di confronto e integrazione con le società che li ospitano. Un internet fatto di infiniti micro feudi auto referenziali è quindi certamente all’orizzonte e sarà terreno fertile per fondamentalismi di ogni genere. Tuttavia per la stessa natura della rete nessuno di questi luoghi digitali potrà essere realmente impermeabile alle influenze esterne. Il rock con il peer-to-peer o Facebook è in grado di penetrare ovunque, anche se WikiLeaks non è sbarcato a Pyongyang o a Teheran, dove forse sarebbe stato necessario. Se infatti è vero che via rete è sempre possibile far giungere all’esterno notizie e immagini, altrimenti oggetto di censura, il controllo nei paesi dittatoriali ha trovato in internet più un prezioso alleato che uno scomodo interlocutore. Applicando senza scrupoli tecniche d’intrusione non autorizzata sui computer e i telefoni della popolazione, la polizia di uno stato autoritario può tenere sotto controllo un intero paese in tempo reale, con costi irrisori ed efficienza maggiore rispetto alle tradizionali tecnologie di spionaggio (Evgeny Morozov, 2011).  
Nonostante le possibili delusioni, la rete unisce e l’associazionismo dilaga ovunque, dimostrando che esiste una forte volontà di fare politica diversa da quella istituzionale. Le comunità politicizzate presenti in rete a oggi hanno saputo però esprimere solo protesta o denuncia, per quanto forti ed eclatanti, non aiutano necessariamente a costruire l’alternativa. Ma esempi come Anonymous, l’indefinibile setta di difensori digitali della libertà in rete venuti alla ribalta per il loro appoggio a WikiLeaks, indicano comunque che un approccio destrutturato dalle logiche di relazione tradizionale –  caratteristica unica e fondamentale del gruppo è la totale assenza di personalizzazione individuale dei suoi membri, i veri apolidi del web – è l’unico che abbia un reale potere destabilizzante. In definitiva le identità collettive della rete appaiono essere oggi molto più strutturate e definite di quelle personali, ancora vissute dalla maggioranza in modo distratto e con fastidio, alla stregua di una semplice rubrica di dati anagrafici mal gestiti.   Come ha scritto Malcom Gladwell bisogna fare però attenzione a non confondere gli strumenti con le idee, equivoco che in rete si perpetua spesso. Grazie alla separazione dinamica tra contenuto e contenitore, resa possibile dalle tecnologie del web 2.0, spesso si grida all’innovazione laddove c’è solo remix scenografico dei medesimi contenuti. Munirsi di un sano ed equilibrato scetticismo resta quindi d’obbligo. Non diversamente da ogni tema più pregnante che riguarda la rete anche quello delle identità virtuali riconduce infatti all’elemento più profondo che la condiziona da sempre, ovvero la credibilità di ciò che contiene e di chi la frequenta. In un ambiente come il digitale dove c’è spazio per tutto e il contrario di tutto, ogni comunicazione è oggetto di preventivo sospetto. Il tema del doppio, del diverso, del molteplice, dello sconosciuto è portatore di naturale diffidenza. Tuttavia sono elementi con cui dobbiamo imparare a dialogare e che non dobbiamo fuggire perché sono, e resteranno a lungo, inevitabili nel nostro vivere online, costituendone la ricchezza più difficile da scoprire e gestire. Le reti esistono da sempre in natura e nella società e, favorendo lo scambio di geni come di idee, sono strumento evolutivo per eccellenza in quanto accelerano la selezione naturale delle combinazioni migliori. Lungi dall’essere perfetto, un mondo sempre più interconnesso ha ancora considerevoli margini di miglioramento, una grande opportunità che comporta altrettanta responsabilità.        

Testo pubblicato nel catalogo "Identità virtuali", Silvana Editoriale, 2011



 
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