Virtual Identities
Palazzo Strozzi
  Strozzina
       
         

 

 

Autori:
 
Franziska Nori
Antonio Glessi
Roberto Simanowski
Michael Wesch
Sherry Turkle
 
Franziska Nori
World Wide Me

La cosiddetta “Network Culture” sta ridefinendo caratteri e confini della nostra identità sia personale che collettiva. La sempre più stretta convivenza con la tecnologia impone un ripensamento delle nostre abitudini, attitudini, desideri, bisogni e valori. Internet ha già iniziato e continua ogni giorno a modificare il sapere, il lavoro, la sfera sociale e politica e persino la nozione di chi siamo e di cosa sia la libertà.
Continuiamo a leggere i giornali o a guardare la televisione, ma sono gli schermi dei nostri computer e soprattutto dei nostri cellulari a svolgere sempre più funzioni del nostro quotidiano. Con la convergenza tra multimedia e tecnologie di georeferenziazione (GPS) la rete è diventata quella realtà “aumentata” che ci permette, e promette, di avere il controllo del mondo nelle nostre tasche. Lo smartphone non è più un gadget di lusso per pochi, ma è diventato compagno inseparabile e rassicurante, un cordone ombelicale che ci lega alla collettività di cui vogliamo far parte, una protesi indispensabile per cavalcare il cambiamento senza esserne scavalcati.
Si è innescato un rovesciamento delle logiche del broadcast tradizionale: grazie alle tecnologie digitali ognuno ha la possibilità di raccontarsi – su un blog, Twitter, Facebook, MySpace, tramite podcast o web diaries – e dunque di esporsi pubblicamente per diffondere e condividere notizie, ma principalmente per parlare di sé, trovando quella nicchia di persone che ascolti e che condivida i propri interessi. Non è mai esistita un’epoca in cui tutti potenzialmente avessero la possibilità di raccontare e di mostrare la loro sfera personale e professionale a così tante persone, siamo ormai una società che vive secondo il motto “broadcast yourself”, slogan che campeggia nella home page di YouTube.
Il web è nato da appena vent’anni e ha portato una profonda trasformazione della vita dei circa 2 miliardi di persone che vi hanno accesso, ossia il 25% della popolazione mondiale. Internet ha contribuito a creare nuovi settori economici e ricchezze inimmaginabili, ha modificato le egemonie dei flussi di informazione e della distribuzione dei beni, ma ha contribuito anche a svalutare il valore del lavoro. Il web ha allargato il campo della conoscenza e sta trasformando i sistemi di potere nel mondo, agendo come strumento di trasparenza e rinegoziandone gli equilibri. Se da una parte internet è usato soprattutto per l’intrattenimento e per fare affari, la rete costituisce anche un  importante mezzo per la lotta a favore di libertà e democrazia, offrendo strumenti democratici ed economici per comunicare e informare. Allo stesso tempo tuttavia internet è uno dei principali veicoli della globalizzazione, attraverso cui gli stati e le grandi aziende controllano le vite delle persone in un modo nuovo, ma forse ancora più invasivo, rispetto al passato.
La quantità di voci che compongono la rete può sembrare solo confusione, un diffuso rumore di fondo. L'irrilevanza sembra dilagare, ma è dalla rete che poi emergono prepotentemente anche gli stati d'animo più genuini, dei singoli come della collettività, ed è qui che nuove forme di partecipazione sociale e politica possono configurarsi.  

Essere una persona online
 
L’attuale dibattito sull’impatto delle tecnologie della comunicazione sulla società sembra permeato dal timore che la sfera digitale renda i nostri sensi, le nostre emozioni e la nostra immaginazione dipendenti dagli schermi dei nostri computer, facendo slittare il reale nel virtuale, rendendo il virtuale reale. Ma cosa significa essere una persona online? L’identità virtuale é un’estensione dell’“io” fisico che creiamo per intrecciare relazioni e interagire con altri sulla rete. La rappresentazione del proprio corpo, della propria mente e dunque del proprio “sé” nella sfera digitale va consapevolmente a costruire un’identità che non necessariamente deve corrispondere all’io reale. Se i primi studi teorici degli anni Novanta ritenevano che assumere identità diverse avesse un effetto costruttivo e liberatorio sull’individuo, oggi invece i diversi servizi online richiedono l’autenticazione dei propri dati con la nostra “vera” identità. Al più tardi da quando il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato che nel mondo di oggi la sfera privata è diventata obsoleta, possiamo constatare una sempre minore cautela da parte degli utenti nel gestire i propri dati personali e la propria identità online. Mentre per anni l’anonimato, la privacy dell’utente e la protezione della sfera privata erano aspetti fondamentali della vita (in rete), oggi la difesa di questi valori sembra destare sempre un minore interesse da parte degli utenti – meno disattenti ai nostri dati invece sono le autorità e le imprese. Quando acquistiamo qualcosa online riveliamo nostri dati come numero di carta di credito, indirizzo, età, nazionalità. Motori di ricerca come Google o Bing memorizzano le nostre indagini e i nostri interessi. I sistemi di localizzazione GPS di navigatori e telefoni cellulari permettono di identificare in ogni momento la nostra posizione e di rintracciare qualsiasi nostro spostamento. In modo meno evidente e inconsapevole, lasciamo nostre tracce anche ogni volta che visitiamo un qualsiasi sito internet, che, tramite i cosiddetti file cookies, registra il nostro passaggio al fine di personalizzare e migliorare nostre future navigazioni tra quelle pagine. Anche come cittadini siamo registrati nelle banche dati dei diversi enti, dall’anagrafe o gli uffici di collocamento all’agenzia delle entrate e dell’assistenza sanitaria, dalla banca che gestisce il nostro conto alla compagnia aerea che registra i nostri spostamenti. Tutto ciò porta alla creazione di data base che per stati e enti pubblici rappresentano strumenti fondamentali per monitorare le identità e le azioni dei cittadini e che in mano delle aziende private permettono profiling di potenziali clienti a cui formulare offerte commerciali mirate in base agli interessi specifici. Siamo noi stessi a immettere, senza troppo curarcene, una grande quantità di informazioni personali nella rete caricando nostre foto private su Facebook o Flickr, partecipando a forum di opinione, scrivendo mail senza usare sistemi di criptaggio o dislocando il nostro intero sistema lavorativo in un servizio di cloud computing. Ciò che emerge come principale preoccupazione non è tuttavia la gestione della propria persona online e dunque il controllo dei propri dati (che forse non sempre favoriscono la nostra immagine), ma piuttosto il “non esserci” per niente. Chi non viene trovato dai motori di ricerca semplicemente non esiste. Ruolo predominante in questa evoluzione verso un’imprudenza o un’inconsapevolezza nella gestione dei propri dati è quello svolto dai social network che, tramite soluzioni tecnologiche standardizzate e servizi semplificati, ha permesso a milioni di persone nel mondo di usare e muoversi nella comunità digitale anche senza essere esperti o senza possedere particolari nozioni sul mondo tecnologico digitale.    

Un nuovo rapporto corpo-mente
 
Come ha scritto il filosofo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan “noi creiamo i nostri strumenti, che poi a loro volta ci trasformano”. Il mondo digitale sta rendendo i nostri sensi e la nostra immaginazione dipendente dalla realtà che viviamo tramite i mezzi tecnologici. La cultura online sta trasformando la nostra stessa struttura neurologica e fisiologica, così come i nostri comportamenti e le abilità sociali. Recenti studi neuroscientifici (v. Gary Small, iBrain: Surviving the Technological Alteration of the Modern Mind, 2008) hanno dimostrato che il costante utilizzo delle tecnologie di comunicazione modifica il cervello umano non solo sotto l’aspetto psicologico, ma anche al livello della stessa struttura neuronale. Da diverse ricerche sembra emergere che nei bambini un regolare utilizzo di internet distorce il senso della realtà, che arrivano a diminuire il proprio senso di responsabilità per le azioni che compiono nel mondo reale. Le esperienze vissute su internet producono una forte stimolazione sensoriale – come il vedere e l’udire – ma prescindono completamente dal rapporto corpo-mondo. Tra i cosiddetti nativi digitali, le nuove generazioni nate con internet già esistente, si assiste a un cambio di paradigma che vede un crescente predominio dello stimolo sensoriale (inteso come reazione emotiva, impressione e sensazione) rispetto alla creazione cognitiva di significato. Il sistema di crosslinking e riferimenti ipertestuali su cui si basa la fruizione di contenuti online sta inoltre modificando il comune modo di leggere o scrivere un testo, privilegiando sempre più una velocità di forme e contenuti e una minore linearità e unità del discorso. Roy Baumeister, psicologo della Princeton University, ha studiato questo effetto sostenendo la necessità di un maggiore autonomia e autodeterminazione da parte dell’individuo rispetto alle tecnologie (v. “Ego depletion: A resource model of volition, self-regulation, and controlled processing”, 2000). Nella società della comunicazione si é innescato un meccanismo per cui l’individuo reagisce ininterrottamente a stimoli esterni dovendo scindere costantemente tra informazione rilevante ed irrilevante per prendere decisioni in tempi sempre più brevi, provocando una stato di profondo affaticamento mentale. In solo vent’anni Internet sembra dunque aver cambiato sia le nostre facoltà relazionali che la struttura neuronale delle nostre menti, modificando il modo in cui percepiamo, categorizziamo, memorizziamo, usiamo il linguaggio e ci orientiamo, ma anche alterando il funzionamento della nostra creatività e del modo in cui troviamo soluzioni a problemi. Una delle principali critiche al fenomeno Facebook è il cambiamento della qualità e della quantità di rapporti umani, producendo uno svuotamento di significato del concetto di amicizia. Basta un semplice click su un’icona per divenire amici. Da recenti studi emerge però che un normale utente di Facebook interagisce regolarmente con solo cinque o sei dei suoi “amici” e non ne ha più di 150 con cui è davvero in contatto. Ciò confermerebbe che anche per il mondo digitale rimane valido il cosiddetto numero di Dunbar, concetto che prende il proprio nome dallo psicologo Robin Dunbar e stabilisce il limite numerico naturale di comunità umane al numero di 150. Una persona è in grado di mantenere solo un numero limitato di relazioni sociali ed emotive durature. Per un senso di gratificazione dell’Io, nelle community sociali il numero di persone accettate come “amici” può salire invece fino ad alcune migliaia, trasformando di fatto questo eccesso di contatti in puri voyeur.    

Il feedback loop  
La grande forza di social network come Facebook o Twitter (che oggi hanno raggiunto una penetrazione globale, utilizzati da oltre seicento milioni di persone in tutto il mondo) è quella di inserire i propri utenti in un costante loop di scambio di dati e informazioni, il cosiddetto meccanismo del “feed back loop”. Per primo Facebook ha messo in pratica un sistema di costante aggiornamento del proprio status online sempre condiviso con gli altri utenti della piattaforma, il cosiddetto “status news feeds”. Ogni volta che inserisco nuovi contenuti sul mio profilo, essi diventano visibili a tutti i miei “amici” online. Ogni nuova informazione è inserita in un loop a cui tutti i miei contatti possono accedere. Tutti gli update sono immediati e in tempo reale, un principio su cui anche Twitter ha basato il proprio successo, con l’ulteriore caratteristica emblematica per cui ogni messaggio non può essere più lungo di centoquaranta caratteri. Fondamentale è un principio di immediatezza della reazione con un senso sempre più accelerato del tempo, non necessariamente la formulazione di contenuti ponderati. Come sostiene Sherry Turkle: “viviamo in un periodo paradossale: da un lato il mondo che viviamo sta diventando sempre più complesso, dall’altro ci è richiesto di rispondere a una domanda in due secondi e nel modo più breve possibile. Ci lasciamo sempre meno tempo per la riflessione perché i nostri mezzi di comunicazione ci impongono di dare risposte veloci”. Ogni messaggio richiede un feedback che a sua volta ne genera uno nuovo. Il motore di questo sistema è la ricerca continua di conferme e feedback da parte della comunità di persone che “frequentiamo“ sulla rete, il desiderio di sentirsi apprezzati dal gruppo. Il numero di feedback che l’utente riceve diventa il segno del rango e dello status di cui gode una persona nell’ambito della propria comunità online. Lo zero comment (v. Geert Lovink, “Zero Comments”, 2007), cioè il fatto di non far scaturire nessun feedback o messaggio, è il rischio da evitare. Condividiamo pensieri e emozioni per ottenere un “I like“ / “Mi piace”, per costruire una nostra reputazione e, alla fine, per affermare la nostra esistenza. Nella società della comunicazione dunque non é necessariamente il contenuto ad essere importante – basta anche un frammento di informazione – ma é il processo collettivo che conta e che si innesca grazie a quel frammento, se é in grado di evocare emozioni e reazioni. Il fattore centrale é dunque il flusso dell’informazione  dal quale non possiamo disconneterci; é il fatto che vogliamo condividere online assieme ad altri informazioni, esperienze e emozioni, serie o anche di solo intrattenimento. L’importante è creare eventi importanti dal punto di vista numerico – da un innocuo e ludico flashmob o una votazione online fino alla movimentazione di dimostranti in paesi senza libertà politica o di stampa. Si tratta di generare movimenti di massa in grado di creare opinioni che impattino il sociale, il politico e infine modifichino il mondo reale. Il potere di internet é quello di connettere persone e di dar loro modo di collaborare. Quello che la rete ci può insegnare è l’importanza della condivisione del sapere e della collaborazione per affrontare e trovare soluzioni alle sfide sempre più complesse con le quali ci dobbiamo confrontare. La rete sembra dare a ognuno di noi una voce e sembra possedere il potenziale di equilibrare le diverse forze attive nella società. Allo stesso tempo comporta il rischio di incoraggiare i mega brand globali a tracciare e usare i nostri dati e i governi a monitorarci come mai prima nella storia.    

“Identità virtuali”
 
L’idea di realizzare questa mostra risale a otto anni fa, un periodo di tempo relativamente breve ma durante il quale tante novità e ripensamenti si sono aggiunti nell’elaborazione di una riflessione su questo tema. Nel lavorare a un progetto come questo, una delle principali difficoltà sta proprio nella mancanza di una distanza temporale, spesso necessaria per una valutazione critica, che in questo caso ha però a che fare con un fenomeno in costante cambiamento. Proprio per questo, “Identità virtuali” si pone come una sorta di fotografia istantanea della situazione del rapporto tra uomo e mondo virtuale facendo emergere diversi aspetti e problematiche tramite il confronto delle diverse opere in mostra, che si pongono come uno strumento nelle mani non solo degli esperti della cultura digitale ma di un pubblico più vasto. La selezione fatta di installazioni e opere, ma anche visualizzazioni di progetti nati e concepiti per la rete, forniscono una riflessione sulle implicazioni culturali, sociali e politiche – ma anche sull’impatto nella vita personale di tutti i giorni – delle identità virtuali con cui sempre più spesso affrontiamo la realtà. Nella serie fotografica Street View Paris Michael Wolf porta all’estremo il paradosso del rapporto tra arte e tecnologia digitale, realizzando queste immagini non per le strade della città francese, ma attingendo dal materiale disponibile su Google Street View. Questi casuali frammenti di vita urbana hanno una qualità estetica inaspettata che rimanda a opere della storia della fotografia e, decontestualizzate, raggiungono un valore simbolico del rapporto tra essere umano, spazio urbano reale e mondo digitale. Il fotografo Evan Baden coglie volti di adolescenti immersi nella comunicazione digitale. I visi assorti, quasi assenti, sono illuminati unicamente dalla luce degli schermi dei diversi supporti tecnologici che li connettono a una realtá virtuale apparentemente più reale di quella del mondo fisico. Nell’opera video Immersion, Robbie Cooper affronta il tema del feedback visivo ed emotivo tra individuo e mondo digitale, soffermandosi sulle reazioni a videogiochi di bambini, i cui volti divengono specchi degli accadimenti sullo schermo. Analizzando il tema della tracciabilità e del controllo che le nuove tecnologie permettono, il video The Catalogue di Chris Oakley mette in scena un sistema di videosorveglianza di un grande magazzino in cui le persone riprese, visualizzate e indicate attraverso i loro dati personali rintracciabili, diventano entità/identità trasparenti e, in un certo senso, vulnerabili. La tracciabilità e la visualizzazione di dati personali è anche al centro del lavoro del designer Nicholas Felton, il quale crea diagrammi e tabelle al fine di documentare meticolosamente tutte le azioni e i dati, dai più banali ai più significativi, che caratterizzano la sua vita quotidiana. Il collettivo etoy.CORPORATION propone Tamatar, installazione parte del progetto Mission Eternity, con cui si affronta il tema dell’identità e della sua memoria a partire dalle diverse tracce lasciate nell’interazione con la rete, riflettendo su ció che rimane della persona dopo la morte. Il gruppo Les liens invisibles si caratterizza per progetti online che, con ironia ma sempre puntando su un forte senso di attivismo politico, riflettono su distorsioni e paradossi nel rapporto con i social network. Il loro progetto Seppukoo permetteva di riprendere possesso della propria identitá e del proprio anonimato commettendo il “suicidio” del proprio profilo su Facebook, che ha bloccato questa applicazione intraprendendo un’azione legale contro gli artisti. Il Sociable Media Group del MIT di Boston propone Metropath(ologies), un’installazione multimediale che, tramite il semplice inserimento del proprio nome, permette la visualizzazione spaziale di frammenti di informazioni disponibili online di ogni persona, dimostrando la trasparenza e la visibilità dell’individuo sulla rete. Sul tema della comunicazione partecipativa online, la videoinstallazione Hello World! di Christopher Baker mette in scena un monumentale puzzle di video provenienti da YouTube, in cui, dall’intimità della loro sfera privata, singoli individui lanciano il loro videomessaggio al pubblico anonimo e globale della rete, creando un’accumulazione in cui centinaia di voci si uniscono in un indistinto rumore di fondo. Approfondendo ulteriormente i temi della dissolvenza della singolarità e dell’omologazione dell’individuo nella massa degli utenti online, l’opera Mass Ornament di Natalie Bookchin crea un’unica coreografia di movimenti unendo diversi video tratti da YouTube, in cui singole persone ballano nella solitudine delle loro case private ma davanti all’occhio della webcam. La mostra ospita anche un progetto della fotogiornalista iraniana Diana Djeddi che ricostruisce il caso di Neda Agha-Soltan, giovane studentessa uccisa a Teheran durante le manifestazioni del 2009, esempio delle potenzialità ma anche dei rischi legati alla diffusione di informazioni sulla rete. Questo episodio ha avuto infatti grande notorietà tramite i social network ma ha dato luogo a uno scambio di identità con un’omonima ragazza iraniana fisicamente molto simile, Neda Soltani, la cui fotografia del profilo Facebook è diventata icona della rivoluzione suo malgrado, costringendo la ragazza a lasciare il paese per paura di ritorsioni. Come tutti i progetti espositivi concepiti dal Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, anche “Identità Virtuali” è affiancato da un programma di lecture tenute da esperti provenienti da campi disciplinari diversi. L'intento è quello di affrontare la tematica della mostra da punti di vista differenti, invitando il pubblico a una riflessione più estesa sui contenuti proposti nel percorso espositivo. Donatella Della Ratta, ricercatrice e esperta di media del mondo arabo, affronterà il tema del rapporto tra televisioni, nuovi media e sollevazioni popolari, alla luce anche dei recenti sviluppi politici nel Nord Africa. Paolo Ferri, uno degli autori di riferimento per quanto riguarda le nuove tecnologie e la loro influenza sulla didattica e la cultura, introdurrà la questione dei cosiddetti nativi digitali, la nuova generazione di persone nate dopo la diffusione di Internet. Il critico d’arte e curatore Domenico Quaranta analizzerà invece l’impatto dei recenti sviluppi tecnologici e sociali sul mondo dell’arte, sempre più influenzato dai concetti di sharing e copyright o da una riflessione sul concetto di anonimato e autenticità. Il teorico dei media Vito Campanelli introdurrà invece un confronto sul significato della nascita di una “estetica del web“, che sta portando a una ridefinizione dei concetti di creatività e interattività. Completa questo calendario di incontri, un artist talk con il duo di artisti italiani presenti in mostra Les liens invisibles.  

“Identità Virtuali” è un progetto del CCC Strozzina, che si è avvalso del contributo del comitato scientifico composto da Antonio Glessi (ISIA, Firenze), Christiane Feser (artista) e Roberto Simanowski (Università di Basilea). Ringrazio per il fondamentale contributo alla mostra Annette Schidler e Alessandro Ludovico e per il supporto morale e finanziario del progetto di etoy.CORPORATION Pro Helvetia - Fondazione svizzera per la cultura.

Testo pubblicato nel catalogo "Identità virtuali", Silvana Editoriale, 2011



 
    EVAN BADEN
CHRISTOPHER BAKER
NATALIE BOOKCHIN
ROBBIE COOPER
etoy.CORPORATION
NICHOLAS FELTON
LES LIENS INVISIBLES
CHRIS OAKLEY
SOCIABLE MEDIA GROUP

MICHAEL WOLF
Special project: I AM NEDA
Special project: ME 2.0


         
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