Virtual Identities
Palazzo Strozzi
  Strozzina
       
         

 

 

Autori:
 
Franziska Nori
Antonio Glessi
Roberto Simanowski
Michael Wesch
Sherry Turkle
 
Sherry Turkle
Alone Together

Solo quindici anni fa, guardavo a internet con un senso di ottimismo: mi sembrava un luogo di sperimentazione identitaria, un universo in cui far emergere aspetti dell’io con cui difficilmente ci si confronta nel mondo fisico reale. Tutto ciò accade ancora ed è tuttora meraviglioso. Quello che allora non potevo capire però era che la connettività mobile e portatile, il mondo di internet, ci avrebbe dato modo di evadere dalla realtà fisica in qualunque momento: una scelta, questa, che avremmo non solo potuto, ma anche voluto fare. Una volta che i computer ci hanno connesso gli uni agli altri, una volta che siamo rimasti impigliati, vincolati alla rete, non siamo più noi a lavorare sui computer tenendoli occupati. Sono loro a tenere occupati noi, molto occupati. È come se noi fossimo le loro “applicazioni killer”.

Controlliamo le e-mail, frequentiamo i social network, stiamo nei nostri mondi virtuali, coi nostri giochi. Ci scambiamo messaggi durante i pranzi in famiglia e mentre facciamo jogging, quando guidiamo, mentre spingiamo i nostri figli sull’altalena, ai funerali. I bambini che ho intervistato mi hanno detto che i genitori gli leggono Harry Potter tenendo il libro con la mano destra, mentre la sinistra scorre sul BlackBerry per controllare le e-mail. Molti giovani mi hanno raccontato che mentre prima passavano la domenica a guardare lo sport in Tv insieme ai loro padri, coi quali chiacchieravano durante la pubblicità o negli intervalli della partita – momenti importanti per il loro legame – ora i padri stanno seduti davanti alla televisione con il loro portatile o lo smartphone e non fanno altro che inviare messaggi o e-mail. Questi giovani sentono la mancanza dei loro padri.
Alcuni adolescenti mi hanno descritto il momento in cui escono da scuola e cercano un contatto visivo coi loro genitori – anche se mai e poi mai ammetterebbero di cercarlo – i quali tuttavia non sollevano neppure lo sguardo, impegnati a scorrere i messaggi sul telefonino. Questi stessi giovani esprimono una sorta di “nostalgia della giovinezza”, immaginano di telefonare a qualcuno “stando seduti e concedendosi l’un l’altro piena attenzione”, per citare le parole di un diciottenne. I teenager sono cresciuti in una cultura della distrazione. Ricordano che quando erano ancora piccoli i genitori parlavano al cellulare mentre li spingevano sull’altalena.

Gli adolescenti dichiarano di dormire con i loro telefonini e anche quando questi ultimi sono inaccessibili – chiusi nell’armadietto della scuola, ad esempio – sanno quando arriva un messaggio o una chiamata. In effetti, proprio come i ragazzi, anche noi adulti diventiamo ansiosi quando non troviamo i nostri dispositivi mobili. La gente sente vibrare il proprio telefonino anche se non vibra affatto, fenomeno che chiamano “squillo fantasma”. La tecnologia mobile è diventata un arto fantasma, tanto è ormai parte di noi.

La tecnologia si presenta come l’architetto delle nostre relazioni intime ed è ormai esplicita la sua ambizione a sostituire la vita reale con quella virtuale. La tecnologia è seducente quando i suoi richiami incontrano la nostra umana vulnerabilità. E a quanto pare siamo davvero molto vulnerabili. Ci sentiamo soli e al tempo stesso siamo spaventati dall’intimità. La connettività offre l’illusione di una compagnia, senza le esigenze dell’amicizia. Non possiamo stancarci gli uni degli altri se, se ci teniamo reciprocamente a distanza in una misura che possiamo controllare. Non troppo vicino, né troppo lontano, come nella favola di Riccioli d’oro. Connessioni fatte su misura. Emerge l’abilità di nascondersi gli uni agli altri pur rimanendo costantemente collegati. In poche parole, preferiamo scambiarci messaggi anziché parlare. Così possiamo nascondere tutto quello che non ci piace o che temiamo di noi stessi tramite mezzi di comunicazione che ci permettono di esibirci.   Parafrasando Thoreau: “Dove viviamo e per che cosa viviamo in queste nostre nuove esistenze vincolate?” Alcune risposte sono scomode. La connettività porta con sé molte gratificazioni. Ma siamo anche vulnerabili. Troppo impegnati a comunicare per avere il tempo di pensare o creare. Troppo impegnati a comunicare per stabilire veri legami con gli altri. In continuo contatto, siamo soli insieme. La tecnologia mobile rivela una grande verità psicologica: se non insegniamo ai nostri figli a stare da soli, sapranno solo sentirsi soli. La connessione costante è ormai diventata un’abitudine per noi, a tal punto che abbiamo perduto la capacità e il gusto per quel genere di solitudine che risana e infonde energia.   Perennemente online, le distinzioni diventano sfocate. Non siamo sicuri su chi poter contare. Amicizie e universi virtuali offrono relazioni incerte dal punto di vista del coinvolgimento. Lo sappiamo, eppure la carica emozionale del mondo di internet è molto forte. La gente lo definisce il “luogo della speranza”, un luogo in cui qualcosa di nuovo potrà accaderle, il luogo in cui la solitudine può essere sconfitta. “È come avere in tasca una piccola Times Square. Tutta piena di luci. Tutte le persone che posso conoscere”. La gente è sola. La connettività seduce.  
Che cosa abbiamo, ora che abbiamo ciò che diciamo di volere, ora che quello che vogliamo viene reso facile dalla tecnologia?  

Online, siamo la persona che vogliamo essere. Possiamo comunicare quando lo desideriamo e disconnetterci a piacimento. Possiamo decidere di non sentire o vedere i nostri interlocutori. Ciò che abbiamo è una tecnologia che rende facile nascondersi.   Mandy, tredici anni, dice di “odiare il telefono e di non ascoltare mai i messaggi vocali” ed esprime una visione piuttosto negativa della telefonata: “Non mi va di telefonare perché in quel caso sei costretto a imbarcarti in una conversazione”. Conversazione per lei è qualcosa che “fai solo quando lo vuoi veramente fare”, ma a Mandy “questo [non capita] quasi mai perché [la conversazione] è quasi sempre troppo indiscreta, impegna troppo tempo ed è impossibile dire ‘ciao’ e attaccare”.   Stan, sedici anni, non parla mai al telefono, tranne quando la madre lo obbliga a chiamare un parente. “Quando scrivi un messaggio”, osserva, “hai più tempo per pensare a quello che vuoi dire. Al telefono rischi di esporti troppo”.  

Non è solo una problematica da teenager. Nelle aziende, tra amici, nelle facoltà accademiche, tutti ammettono senza esitazioni la loro preferenza per i messaggi vocali o e-mail rispetto alla conversazione. Quelli che dicono “la mia vita è tutta nel mio BlackBerry” esprimono sinceramente la volontà di evitare il coinvolgimento in tempo reale tramite una conversazione telefonica. Quindi, usiamo la tecnologia per “allontanare” il contatto umano, per misurarne e adattarne la natura e il grado. Le persone trovano conforto nello stare in contatto con tante altre persone, che al tempo stesso tengono a debita distanza.  

Dan, insegnante di giurisprudenza sulla cinquantina, dichiara che al lavoro non “interrompe” mai i colleghi. Non li chiama, non chiede di incontrarli, perché, dice, “magari stanno lavorando, potrebbe essere il momento sbagliato”. Gli chiedo se si tratta di un’abitudine recente: “Oh sì” risponde “prima passavamo del tempo insieme, anche senza fare niente di particolare. Era bello”. Quello che prima era un momento collegiale è diventato una “interruzione”: due diverse visioni che Dan spiega affermando che “la gente ora è più occupata”. Poi però fa una pausa e si corregge: “non sono del tutto sincero su questo punto: la verità è anche che io non voglio più parlare con gli altri adesso. Io non voglio essere interrotto. Penso che dovrei volerlo, sarebbe bello, ma è più facile avere contatti con le persone sul mio BlackBerry”.   Siamo imprigionati in un circolo vizioso che non procede secondo programmi stabiliti. Immaginiamo che e-mail e sms ci diano la possibilità di esercitare maggiore controllo sul nostro tempo e sulla nostra esposizione emotiva. Ma inviamo un sacco di messaggi e ne riceviamo anche di più, talmente tanti che l’idea di comunicare con mezzi diversi da quei brevi testi staccati cui siamo abituati ci sembra estenuante: “Siamo consumati da ciò che ci nutriva”, direbbe Shakespeare.   Anche gli adulti, insomma, sono sopraffatti. Il successo si misura in base alle chiamate fatte, alle e-mail risposte, ai contatti raggiunti. E qui ci troviamo di fronte a un paradosso. Non facciamo che ribadire che il mondo è sempre più complesso, eppure abbiamo creato una cultura della comunicazione che ha ridotto il tempo per sederci a riflettere senza interruzioni. E comunichiamo gli uni con gli altri in modi che richiedono risposte quasi istantanee; non permettiamo a noi stessi di trovare lo spazio per spiegare problematiche complesse.   La nostra nuova connettività cambia anche i termini del passaggio all’età adulta di un’intera generazione. Oggi, i giovani crescono con l’idea che in qualche modo non dovranno mai essere soli. Gli adolescenti hanno ancora il “compito” della separazione dalla famiglia, ma può avvenire molto gradualmente. Oggi puoi trovarti a mandare quindici messaggi al giorno ai tuoi genitori, e anche gli amici non ti lasciano mai solo. La sensazione di essere un po’ abbandonati, un tempo era considerata parte normale dell’adolescenza: un passo verso lo stare bene con se stessi e la propria autonomia. La connettività rende possibile bypassare tutto questo. I ragazzi sono passati da “provo un’emozione, voglio chiamare qualcuno” a “voglio provare un’emozione, devo mandare un messaggio”.  
I giovani in costante comunicazione sono passati in una posizione che definirei “condivido, dunque sono”. 

La tecnologia non produce, ma senza dubbio incoraggia una sensibilità in cui la “conferma” di un sentimento diventa parte del riconoscimento della sua esistenza. La nostra rubrica è diventata un elenco di “pezzi di ricambio” utile a sostenere il fragile io dell’adolescente o dell’adulto. Tuttavia usare la gente in questo modo significa ridurla a un mero mezzo piegato ai nostri fini personali. Prendiamo ciò di cui abbiamo bisogno. Non è questa la via che conduce a una relazione autentica.   Molti usano la metafora della tossicodipendenza per definire il potere di internet. Sappiamo perché. Una ragazza di sedici anni mi ha detto: “Facebook si è impadronito della mia vita”. Non riesce a uscirne. Un altro dice: “La tecnologia è nociva perché la gente non è abbastanza forte da resistere al suo richiamo”. Di recente abbiamo imparato che ogni volta che facciamo una ricerca il nostro cervello fa un’esperienza simile al “comportamento di ricerca” e mette in moto meccanismi biochimici di compensazione.   Che la metafora della dipendenza sia appropriata o meno, possiamo ancora permetterci il lusso di utilizzarla. Ma non serve a molto, anzi, impedisce un ragionamento approfondito in quanto suggerisce che la soluzione è una sola: per mettere fine alla dipendenza devi rinunciare alla sostanza. E noi sappiamo che non ci libereremo di internet, né dei social network. Non andremo in crisi di astinenza insomma, né vieteremo i telefoni cellulari ai nostri figli. La dipendenza, con quell’unica soluzione, che sappiamo che non adotteremo mai, ci fa sentire incapaci, passivi.  

Troveremo altre vie, tuttavia il primo passo è senz’altro quello di non considerarci vittime passive di una cattiva sostanza, ma di riconoscere il fatto che il nostro uso delle tecnologie di rete comporta un prezzo che non siamo disposti a pagare. In questo modo potremo correre ai ripari, andare avanti e correggere di nuovo il tiro. I nostri problemi non derivano dall’invenzione della rete, ma dall’idea, sbagliata, che quell’invenzione possa essere risolutiva.   Prendendo in considerazione tutti questi aspetti, non troveremo una “soluzione” o una risposta semplice. Ma non possiamo dare per scontato che una vita resa facile dalla tecnologia sia proprio quella che vogliamo vivere. Abbiamo il tempo per le opportune correzioni. E questo mi porta al secondo punto del mio ragionamento: siamo ancora in una fase iniziale.   Visto che siamo cresciuti con internet, diamo per scontato che anche internet sia cresciuta. Tendiamo a vedere in ciò che abbiamo adesso una tecnologia nella sua fase di maturità. Si tratta tuttavia di un modo di pensare pericoloso. Dobbiamo ricordarci che siamo appena agli esordi. Gli “inviti” dell’esistenza vincolata alla rete parlano alla nostra vulnerabilità, è vero, ma noi non siamo obbligati a rispondere a tutto ciò che ci parla in questo modo. Ogni tecnologia offre l’opportunità di chiedersi se giova al raggiungimento dei nostri obiettivi umani, una domanda che ci induce a riconsiderare la natura stessa di tali obiettivi.

Testo pubblicato nel catalogo "Identità virtuali", Silvana Editoriale, 2011



 
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