Virtual Identities
Palazzo Strozzi
  Strozzina
       
         

 

 

Autori:
 
Franziska Nori
Antonio Glessi
Roberto Simanowski
Michael Wesch
Sherry Turkle
 
Michael Wesch
Anonymous, anonimato e fine dell’identità e dei gruppi online

Fox 11 News di Los Angeles descrive il “gruppo” Anonymous come “hackers agli steroidi”. The Economist li chiama “attivisti di internet”. Loro si autodefiniscono “la prima supercoscienza basata su internet”, con una meta-risata che irride tutti i tentativi di definirli, compresi i propri. Interagiscono l’uno con l’altro principalmente attraverso le imageboard – siti internet basati sulla pubblicazioni di immagini – come 4chan, ma quando è necessario si allargano anche in altri territori del web, utilizzando strategicamente strumenti e strutture della rete per raggiungere i propri obiettivi. Comunicano quasi sempre in maniera anonima e raramente o mai si scambiano i dettagli della propria identità reale. Anzi si adoperano continuamente per liberarsi anche della propria identità collettiva, a volte dichiarandosi forieri della fine dell’identità e dei gruppi come li conosciamo, e offrendo una lettura critica dei fini dell’identità e dei gruppi nella società contemporanea e nella cultura popolare. Il fenomeno Anonymous muove un’aspra critica al culto postmoderno della celebrità, dell’individualismo e dell’identità e presenta se stesso come l’alternativa rovesciata: un “gruppo” composto interamente di “membri” non identificati né identificabili, la cui presenza e affiliazione è fugace ed effimera.

4chan è un’imageboard creata nel 2003 da Christopher Poole, un ragazzino di New York City che all’epoca aveva solo quindici anni. Per molto tempo la maggior parte delle persone ha conosciuto Poole con il nome che usava su 4chan: “moot” (nell’accezione di “privo di valore o significato pratico”), un termine che probabilmente poteva essere un segno premonitore per la comunità Anonymous, ben presto radicatasi sul sito. 4chan è oggi una delle più vaste comunità online del web, e registra circa 700 mila post quotidiani inviati da circa 7 milioni di visitatori (Poole 2010). A differenza di molti siti di social networking nati di recente, che permettono ampie possibilità di intervento, come la gestione del profilo e della privacy e vari modi per comunicare o per condividere file, 4chan è straordinariamente semplice. Equivalente americano del popolare sito giapponese 2chan, non ha alcuna procedura iniziale di iscrizione o di verifica dell’identità. L’utente viene accolto da un semplice tasto “submit” da premere dopo aver eventualmente compilato sei campi vuoti: nome, e-mail, oggetto, commento, file e password. Chiunque può postare usando qualsiasi nome, ma la maggior parte lo fa lasciando vuoto il campo “nome”. In questo caso il post appare con la dicitura “Anonymous” al posto del nome utente.

L’anonimato crea le basi per uno spazio caotico e creativo. Come ha notato nel 2004 lo psicologo John Suler, anonimato, invisibilità, riduzione dell’autorità al minimo e altre caratteristiche di certi spazi online possono creare un “effetto di disinibizione online”. Su /b/ – sezione di 4chan i cui post sono casuali – l’anonimato protegge i partecipanti da qualsiasi pudore sociale di lunga durata. Una persona che posta su /b/ può provare una punta di vergogna se il suo post viene preso in giro, ma evidentemente si riprende in fretta, dato che questo non incide nel lungo termine sulla sua appartenenza alla comunità. L’assenza di una identità duratura impedisce l’esistenza di una vera e propria appartenenza a /b/ e quindi di una gerarchia. L’ambiente non solo permette ai partecipanti di spingersi oltre le norme sociali e lo status quo, ma incoraggia attivamente un tale comportamento, dato che l’unico modo per ottenere una qualche reazione sul sito è pubblicare qualcosa che risalti e colpisca gli altri al punto da farli sentire obbligati a rispondere.   Tutti su /b/ sono anonimi e anche quelli che scelgono di usare un nome specifico non hanno modo di verificare che non ci siano altri a pubblicare qualcosa con quel nome, dato che nessun nome può essere registrato e attribuito a un singolo utente. Il risultato è che nessuno, tranne il l’autore del post medesimo, può sapere con certezza chi è il responsabile di un post. Mentre ci si scambiano messaggi, un utente può assumere l’identità di un altro. Le persone possono persino avere lunghe conversazioni con se stesse, intervenendo col nome di molti utenti diversi nella stessa discussione e facendo risultare che c’è un grande interesse nell’argomento anche quando non è vero.  

Anonymous come critica culturale
Anonymous si estende ben oltre il confine di 4chan o di altri imageboard e bacheche virtuali su internet, ed è in questo che vediamo emergere il valore morale fondamentale dell’anonimato, nella forma di una matura critica dell’ossessione della nostra cultura per l’individualismo e l’identità, e per il culto della celebrità che ne deriva. Uno dei finti slogan di Anonymous dichiara in maniera profetica: “Se hai un’identità alla fine ti troveranno. Verrà il giorno in cui solo gli Anonymous rimarranno. Non ci fermeremo di fronte a nulla finché non avremo raggiunto l’obiettivo. Distruzione permanente del ruolo identificativo.”   Spesso da /b/ gli anonimi (anons) sciamano verso altri forum e discussioni online per disturbare la comunicazione con messaggi provocatori o organizzare “raid” durante i quali utilizzano il loro folto numero e le competenze tecniche per mettere in atto scherzi in larga scala e manipolare la cultura di internet. In un video online Gabriella Coleman (2010 0:44) afferma  che uno di loro le ha chiamate “bastardate ultra coordinate”1. Ad esempio, quando varie celebrità come Oprah e Ashton Kutcher facevano a gara per raggiungere un milione di follower su Twitter, Anonymous ha sfruttato le proprie competenze tecniche per creare un loro degno concorrente chiamato “BasementDad”, il cui profilo su Twitter era basato sulla figura di quel padre austriaco che ha tenuto la figlia segregata nello scantinato per 24 anni. Con vari espedienti informatici gli anons sono riusciti a collezionare oltre 300 mila follower prima che Twitter cominciasse a rifiutarli.  

Anche se tutti gli anons negano che i raid e le beffe di massa abbiano una motivazione politica e sostengono di farle semplicemente “for the lulz”, cioè per il gusto della risata, per ottenere l’effetto finale della burla bisogna saper giocare con le regole, le norme, i costumi e l’etica in generale. Più la nostra società è individualista e ossessionata dall’identità, più le loro azioni e il loro modo anonimo e collettivo di mandarle a segno diventano irritanti. Ma gli Anonymous non si limitano a sfidare il culto dell’identità e della celebrità facendo raid e disturbando provocatoriamente (trolling) le persone famose su internet. Gli anons si prendono gioco della cultura della notorietà anche fabbricando celebrità dal nulla. Nel 2009 hanno fatto irruzione nella lista delle cento persone più influenti del pianeta stilata da “Time” e l’hanno truccata in modo che il fondatore di 4chan, che usa il nome di “moot”, risultasse il vincitore. Sono stati capaci perfino di manipolare la lista dei Top 21 in modo che dalle iniziali dei loro nomi risultasse la frase “marble cake also the game” (forse con riferimento a una oscura pratica scatologico-sessuale). Hanno sviluppato numerose tecniche per truccare questi sistemi di valutazione e sono anche riusciti con qualche successo a trasformare i personaggi più improbabili, come Tay Zonday, in e-celebrità su YouTube. Intervistato sulla questione del “Time 100”, moot ha parlato del valore fondamentale molto diffuso tra gli anon: l’opposizione a ogni genere di presunzione: “Se avessi chiesto io alla community di farlo, loro avrebbero fatto tutto il possibile per farmi risultare in fondo a quella lista. È così che funzionano.”  

Anonymous fornisce un’approfondita interpretazione sull’ossessione della nostra cultura per l’identità e il culto della celebrità, una fissazione nata da una reazione all’anonimato che emerge come “struttura comune del sentire” (per usare le parole di Raymond William, 1973) nelle condizioni sociali della modernità. Già nel 1926 Henry Canby suggeriva che il desiderio di fama e notorietà potesse essere spiegato come “un tentativo quasi isterico e dettato dal panico di sfuggire al mortale anonimato della vita moderna, e la causa principale non è la vanità dei nostri scrittori ma il desiderio – stavo quasi per dire il terrore – dell’uomo comune che sente la propria personalità sprofondare sempre più giù in un vortice di atomi indistinguibili per finire persa in una civiltà di massa”. Uno slogan finto-serio di Anonymous riecheggia questa sensazione: “Siamo tutti anonimi in qualche modo. La persona sull’autobus. Un utente in fila. Uno straniero in un altro paese”2.   Oltre che su /b/, gli Anonymous sono molto attivi e ben collegati in tutto il web, hanno competenze di alto livello e conoscono bene i metodi per diffondere le proprie creazioni nella rete utilizzando diverse piattaforme, tecnologie e trucchi da hacker. Alcuni considerano le loro azioni collettive su imageboard, bacheche elettroniche, chat e siti web come Digg o YouTube “il brodo primordiale” dal quale hanno avuto origine le più diffuse icone culturali, immagini, modi di dire e tendenze (meme)3 di internet. Per fare un esempio, uno dei meme più riusciti iniziò nel 2005, quando gli utenti di 4chan cominciarono a caricare foto di gatti con divertenti didascalie in un inglese maccheronico e sgrammaticato. Il sabato fu chiamato “Caturday” e le foto coi gatti “lolcats” (LOL cat = Laughing Out Loud Cats). I lolcats proliferarono in tutto il web entrando nelle mailbox di chiunque, ispirarono parecchi libri e alla fine trovarono una casa sui più diffusi siti mainstream tipo icanhazcheezburger.com.

4chan ha anche contribuito in larga misura e a volte addirittura creato altri diffusissimi fenomeni internet quali, per dirne una, la grottesca immagine di goatse e il revival Never Gonna Give You Up di Rick Astley come parti della beffa cosiddetta “Rickrolling”.   Encyclopædia Dramatica, la “Wikipedia” di tutti i fenomeni collegati ad Anonymous, scherza sul fatto che Anonymous è “responsabile dell’85% di tutte le citazioni esistenti”. Molti meme provengono dagli anime, da giocatori, programmatori e dalla cultura degli hacker. Dopo aver esaminato un gran numero di immagini, Chris Landers del “Baltimore Sun” ha acutamente osservato: “In quel liceo che è internet, /b/ è il ragazzo con una collezione di coltelli a farfalla e un armadietto pieno di roba pornografica”. I meme diventano parte del repertorio condiviso tra i partecipanti di Anonymous. Acuti riferimenti a questi meme, insieme all’uso creativo delle parole, alle convenzioni linguistiche derivanti da precedenti interazioni su /b/, dal linguaggio di programmazione o dal leet, nato per le comunicazioni via internet, creano un gergo particolare e in continuo cambiamento che permette a un utente di vecchia data (oldfag) di riconoscere i post di un neofita (newfag). Questo gergo è composto in gran parte da un lessico scioccante che mutua le sue espressioni dalla lista sempre più folta di vocaboli politicamente scorretti stilata dalla società mainstream. Gli anons usano di frequente la parola negro, e anche altre oscenità (che spesso riguardano atti scatologico-sessuali); si riferiscono l’uno all’altro col termine “/b/tards” (bastardi) oppure si chiamano “fag” (checca) in senso “canzonatorio/affettuoso, e aggiungono il suffisso -fag alle parole che indicano un gruppo o una classe”.  

Giocare con l’identità

Il suffisso -fag fornisce un fuggevole momento di identificazione e affibbia un’etichetta in un mondo che è altrimenti privo di segni di individuazione. Mancando di metodi per verificare l’identità individuale, /b/ diventa una comunità formata da identità individuali non durevoli. Quando posti su /b/ nessuno può dare un giudizio a priori basandosi sul tuo aspetto, sull’età, sui soldi, sullo stato civile o sul tuo stile. Si hanno a disposizione solo le tue parole. Si potrebbe persino arrivare a dire che le identità non esistono affatto, anche se giocare con l’identità è ancora uno dei maggiori divertimenti di chi interviene su /b/. La gran parte delle discussioni comincia con un post che comprende un’immagine divertente, scioccante o interessante accompagnata da un commento di invito a postare immagini dello stesso genere o ulteriori commenti. Dal momento che quasi nessuno degli utenti compila il campo “nome”, e poiché i pochi nomi usati possono essere riutilizzati da chiunque, l’unico segno identificativo di un post è un numero di accompagnamento generato automaticamente dal programma. In questo modo il post stesso, e non necessariamente il poster, diventa l’interlocutore valido. Quando qualcuno vuole rispondere a un post specifico può scrivere “>>(numero del post)”, chiarendo così il riferimento al post desiderato4.   Ecco una conversazione del 5 giugno 2009, un esempio piuttosto tipico del genere di scambi che si svolgono su /b/. È inoltre l’esempio di un classico tentativo di trolling: qualcuno posta un messaggio sedizioso, fuori tema, scioccante o intenzionalmente scorretto con l’intento di provocare una lite con gli altri. Questo specifico tentativo di trolling inizia con un’immagine accompagnata dal testo: “Il trolling è un arte”.  

Post Originale: Il trolling è un arte.
No. 139804092 non abbocco. No, non questa volta.
No. 139804103 vecchia.
No. 139804140 sarebbe UN’ARTE, comunque. gtfo (get the fuck out, vattene fuori dai piedi)
No. 139804237 >>139804140 Trollato. Ora vattene TU fuori dai piedi  

Come abbiamo già detto, dato che tutti i poster sono anonimi, chi scrive si riferisce a uno specifico post. In questo caso il post 139804237 afferma che il 139804140 è stato trollato, infatti ha abboccato all’amo correggendo la grammatica intenzionalmente scorretta del post originale. Teniamo presente però che nulla vieta di fingere di essere un altro poster o addirittura di parlare con se stessi. Una stessa persona può perfino far finta di essere vari interlocutori nella stessa discussione. Tutto questo aumenta il divertimento dell’arte del trolling su 4chan. Il post seguente porta il gioco un po’ oltre:   No. 139804330 >>139804237 doppia trollata   Qui 139804330 sostiene che in realtà è 139804237 ad aver subito il trolling, e che il post 139804140 non era il trollato ma il trollante quando ha gettato nuova esca facendo finta di abboccare a quello che era ovviamente un tentativo di trolling. Ben presto la discussione si (d)evolve nel meta-trolling:  

No. 13980487 >>139804330 LOL TRIPLA TROLLATA, BASTARDO FINOCCHIO ROTTINCULO
No. 139804618 Tutti quelli che hanno postato in questa discussione sono stati trollati tranne me.
No. 139805734 trolls trolling trolls trolling trolls ad infinitum  

Il trolling celebra e ricrea i valori fondamentali di /b/ e al tempo stesso sorveglia e riabilita i trasgressori. Durante l’episodio di trolling appena citato, un’altra persona ha commentato:   No. 139804547 >>139804330 Un altro novellino fatto passare per idiota e che cerca di recuperare il suo orgoglio. Siamo anon, coglione.   Qui chi posta ricorda agli altri che sono tutti anonimi. Dove non c’è identità, non c’è orgoglio, né da avere né da riguadagnare.    

Anonymous come valore morale fondamentale

Nell’ambito di questo giocoso mondo di anonimi, l’anonimato stesso emerge non solo come caratteristica ma come valore morale fondamentale. Dal precedente scambio di post abbiamo capito che non si deve mai prendere nulla troppo seriamente, specialmente se stessi. Per diventare Anonymous con la A maiuscola bisogna essere anonimi sempre, non assumere mai un’identità, un’etichetta o un nome. Colui che apre una breccia in questa regola si espone a un attacco violento di grave ridicolizzazione. 
Ad esempio, il 21 marzo 2010, usando il nome “ANON STRAIGHT EDGE” (tutto in maiuscole), qualcuno ha postato il seguente messaggio che aveva come oggetto: “PERCHÉ LA GENTE CI ODIA.”  

No. 208488786 OGNI GIORNO A SCUOLA SUBISCO PREPOTENZE PERCHÉ HO SCELTO DI ESSERE STRAIGHT EDGE5 E SAPETE CHE C’È SONO STUFO. IO MI VOGLIO BENE E SONO FIERO DI QUELLO CHE SONO CI SONO ALTRI STRAIGHT EDGE ONLINE ADESSO  

Invece di ricevere risposte da altri straight edge ha ricevuto una valanga di ostilità. Giocando con l’anonimato del mezzo, alcuni lo hanno preso in giro spacciandosi per lui (OP = original poster nel gergo di /b/) e stigmatizzandone l’ostentata posa e la richiesta di attenzione.  

No. 208490692 QUI L’OP! SONO UN FINOCCHIO CHE DEVE SCRIVERE TUTTO IN MAIUSCOLE PER ATTIRARE ANCHE SOLO UN PO’ D’ATTENZIONE! NON FATE CASO A TUTTO QUELLO CHE  HO DETTO, SONO UN COGLIONE!
  
Dopo che l’autore (o qualcuno che si fingeva lui) ha chiesto chiarimenti sul perché avesse offeso la /b/ community, altri hanno replicato più direttamente:  

No. 208493552 il problema più grave con gli straight edge è che si autodefiniscono straight edge, attribuirsi un titolo ti rende sempre un imbecille.  
No. 208493671 Perché quelli che chiamano se stessi straight edge sono solo puttane in cerca di attenzione. Io conosco un sacco di gente che non si droga e non beve alcool, però non si definiscono straight edge per essere cool...  

Questo valore fondamentale è presente anche in altri forum ai quali partecipano gli anon, come ad esempio le bacheche di Chanology utilizzate per discutere e organizzare la protesta di Anonymous contro la Chiesa di Scientology. Qui gli utenti assumono pseudonimi, ma mantengono il valore fondamentale dell’anonimato. Quando Gabriella Coleman, un’antropologa che studiava quella protesta, venne invitata al forum, Ann O’nymous la mise in guardia: “qui ci sono persone alle quali non piacciono le rockstar. Dato che appartieni alla vita reale, in un gioco asimmetrico sei un facile bersaglio. Se cedi alle loro provocazioni potresti farti male. Detto questo, fai come ti pare”. Un altro chiarì che una “rockstar” era semplicemente “una persona non anonima, che può essere importante”, qualcuno che – secondo un altro intervento – era stato namefagged, cioè al quale era stato dato un nome. Per fortuna Coleman aveva forti contatti nel gruppo in grado di garantire che lei “aveva un fottuto cannone puntato su chiunque non sapesse come comportarsi”. Un intervento di “Consensus” ha riassunto così: “Per farla breve: il peccato capitale di Anonymous è la presunzione infondata”.   Anonymous allarga questa insofferenza per la boria, i nomi e l’identità anche alla propria identità di gruppo, giocando e prendendosi gioco di concetti quali “cultura”, “comunità”, “gruppo”, che legano, etichettano e reificano in modo artificiale. Una marea di citazioni di Anonymous – quelli che Chris Landers del “Baltimore Sun” ha chiamato “slogan finti-seri” – coglie quest’etica in frasi come “Anonymous non è una persona, né un gruppo, un movimento o una causa: Anonymous è… un insieme di pensiero umano e di immagini inutili”.  

Certo, spesso gli anons sottolineano con un certo orgoglio che definirsi “anonimi” crea un impasse logica, dal momento che ogni denominazione o etichetta è per definizione non anonima. Uno dei loro slogan finti-seri gongola: “nessuno conoscerà l’identità di Anonymous, poiché trovando un’identità perdiamo il nostro anonimato”. Dimostrano l’orgoglio della non-identità collettiva condividendo e prendendosi gioco di ogni definizione, etichetta o interpretazione della loro esistenza offerta da giornalisti, studiosi, critici e commentatori.   Come ha notato Charles Taylor, l’io di epoca tardo moderna si è formato in condizioni in cui identità e riconoscimento non sono dati ovvi. Al tempo stesso però, la nostra coscienza tecnologizzata inizia a considerare l’identità come un’altra delle cose che vanno costruite (Berger et al. 1973) e quindi ci ritroviamo a sforzarci di costruire e creare le nostre identità, alla ricerca di identità e riconoscimento. Questa “ricerca del vero sé” dà vita a due tendenze (o “slides”, come le chiama Taylor), una verso “modi egocentrici di auto appagamento” e l’altra verso “la negazione di ogni orizzonte di senso”. Così assistiamo a un proliferare di opportunità identitarie al prezzo di una crescente frammentazione e incoerenza della società, che lascia nei suoi membri un’inappagata fame di significato e riconoscimento. 

Dall’analisi della cultura mediata pubblicata da Thomas de Zengotita vediamo come ciascuna di queste due tendenze generi l’altra. L’antropologo collega il malessere che accompagna la mancanza di significato e riconoscimento con il fiorire delle celebrità su YouTube e con la foga con cui la gente si lancia nei nuovi scenari messi a disposizione da internet per diventare e-famosi. “Gli spazi rappresentativi sono stati amplificati dalla tecnologia”, scrive. “Questa è la condizione che permette di realizzare la rivoluzione virtuale […] ma gli spettatori erano già pronti, motivati a intraprendere ciò che la tecnologia semplicemente rendeva possibile” (2006:116). Così l’incessante aspirazione alla notorietà usa e predilige internet: siamo entrati nell’era della e-popolarità e delle microcelebrità.   Un’analisi del genere non è lontana dal “fenomeno inquietante” notato dall’utente Anonymous secondo cui su internet “ognuno pensa di essere SPECIALE”. Come recita un altro detto finto-serio, sembrerebbe che il riconoscimento significativo che la gente cerca e la conferma e la convalida esterna della propria identità siano qualcosa di estremamente raro e forse appartenente al passato:   “Identità. Uno dei nostri beni più preziosi. Pensi che tutti ne abbiano una, ma purtroppo ti sbagli. L’identità appartiene solo a coloro che sono importanti, a chi se l’è guadagnata col sangue e la fatica, a quelli che contano. Tu, amico mio, non sei uno di loro.”   Chiedendo alle persone di abbandonare la lotta superficiale per identità e celebrità, Anonymous offre l’alternativa estrema:   “L’identità è qualcosa di fragile. Può essere rubata o sostituita, persino dimenticata. È una cosa senza senso per gente come noi. […] quindi lascia perdere l’identità, entra a far parte di Anonymous e smetti di lottare per un’identità. Unisciti a noi.”   In una società sempre più frammentata, Anonymous offre l’ultimo gruppo a cui appartenere, un gruppo che non potrà mai rifiutarci, in cui potremo sempre entrare, che non ha richieste né limitazioni, un gruppo che non chiede (letteralmente) nulla di noi, e non dovremo neanche soddisfare l’impossibile compito di “essere solo noi stessi” dato che non sappiamo comunque cosa significhi. È il gruppo che pone fine a tutti i gruppi, l’identità che pone fine a tutte le identità.   “Essere Anonymous in un certo qual modo ci protegge, ci fa sentire al sicuro di notte e ci mantiene sani. In che modo, ci si potrebbe chiedere. Semplice. Essere Anonymous è essere parte del mondo, parte di coloro che, come te, non contano e non emergono. Ci fa provare un senso di appartenenza.”  

Fine dell’identità

Anonymous stesso si appropria del doppio significato di “fine” dell’identità e dei gruppi che costituisce il fulcro del presente contributo. Anonymous si autodefinisce come la fine (conclusione) dell’identità e del gruppo identificato o identificabile per categorie, ma al tempo stesso fornisce un resoconto diretto dei fini dell’identità e della formazione di gruppi nella società tardo moderna. Inoltre è esso stesso un particolare esempio del genere di “gruppo” o “identità” che può emergere (e può essere usato) nell’era meta-riflessiva dell’epoca tardo/post moderna. L’aspetto più rilevante per gli studi antropologici è che Anonymous mette a nudo le finalità che attribuiamo ai concetti di “gruppo” e “identità” nel tentativo di descriverne il funzionamento e ci sfida a pensare la socialità umana utilizzando concetti nuovi. Se la (non)organizzazione (non)sociale Anonymous può sembrare una novità, a un esame più ravvicinato appare chiaro che esistono molti contesti online in cui l’analisi sociale non può più applicare le metafore di “gruppo” e “identità”. Se per vari decenni numerose teorie culturali ci hanno indotto a tralasciare la riflessione su cose e categorie per concentrarci sul processo e sulla pratica, Anonymous non ci lascia possibilità di scelta perché la “cosa” stessa non è altro che processo. Esiste solo nell’attimo fuggente della propria attività. Se gli si attribuisce un nome o una categoria, scompare all’istante. Forse le tendenze teoriche orientate al processo non sono andate abbastanza lontano.  

Le attività di Anonymous ci aiutano a individuare una lacuna più ampia e importante negli attuali concetti antropologici di socialità umana, rivelando come tali concetti siano fondamentalmente basati sul presupposto di una compresenza corporea. Fin dagli esordi delle comunità virtuali, anche prima dell’avvento del World Wide Web, gli studiosi hanno discusso e documentato le possibilità di giocare online con l’identità (Rheingold 1993, Turkle 1995). Le opportunità fornite dall’anonimato e dallo pseudonimato sono state proposte all’immaginazione del pubblico con la celebre vignetta del “New Yorker” che recitava “Su internet nessuno sa che sei un cane”. Tuttavia, forme più recenti di socialità online, come Facebook, oggi rendono ugualmente probabile anche il contrario. Come scrive Zeynep Tufecki: “Su internet tutti sanno che sei un cane”. Facebook, MySpace, le imageboard, i forum, le chatroom, le e-mail e altre piattaforme sociali basate su internet creano varie architetture partecipative. Alcune, come Facebook, richiedono identità durevoli e in gran parte verificabili, mentre altre permettono in maggior misura i giochi di identità, lo pseudonimato o l’anonimato. Alcune mettono in contatto persone da ogni parte del mondo, altre prediligono i contatti locali. Alcune consentono solo messaggi di testo, altre solo file audio, altre ancora usano i video o un mix dei tre. Alcune sono sincrone, altre asincrone. Alcune sono aperte, altre chiuse. Alcune hanno archivi per una storia continua delle interazioni sociali, altre no. Ognuna dà una forma diversa alle varie possibilità di socialità.   In fin dei conti, il principio strutturante più efficiente e adeguato della socialità online non è una semplice lista di mezzi e caratteristiche quanto invece una gamma infinita di possibilità il cui limite è solo l’umana immaginazione. Internet è diventato il terreno di gioco per nuovi media, ciascuno dei quali collega le persone in modi diversi permettendo a nuove forme di socialità di emergere. Nel mondo digitale le strutture partecipative non sono inevitabili né permanenti. Possiamo riorganizzarle, e oggi più che mai la gente ha e avrà sempre più la capacità non solo di aggiungere contenuti al web e partecipare a queste emergenti forme di socialità, ma anche di creare strutture partecipative creando le proprie piattaforme digitali. KillerStartups.com recensisce ogni giorno oltre 15 startup di internet, molti dei quali propongono modi sempre nuovi per collegare fra loro gli esseri umani. Con l’aiuto di una competenza tecnica non eccessiva, plugin e widget possono essere utilizzati come mattoni per costruire blog e portali, creando nuove forme di comunicazione nel giro di poche ore. Dion Hinchcliffe nota che il web “si sta trasformando sempre più in una sorta di Home Depot online, con gli scaffali pieni di migliaia di parti già pronte per ogni tipo di utilizzo” (2007).  
Da abili manipolatori dell’orizzonte mediatico, i partecipanti di Anonymous sfruttano e mettono a nudo le mille possibilità della socialità digitale e al tempo stesso tentano di sfidare e sovvertire i nostri assunti fondamentali sulla socialità stessa. Mentre molti studiosi hanno usato e descritto lo spazio digitale come un’arena adatta ad assumere identità alternative con cui giocare e creare comunità virtuali, Anonymous schernisce i concetti stessi di “identità”, “comunità”, “gruppo” e ci scherza dando vita a una formazione sociale dinamica e vitale che non si basa su individui identificati o identificabili dentro un gruppo identificato o identificabile. Le loro forme sociali e i loro interventi possono aiutarci a mettere in discussione i nostri assiomi e ad allargare le prospettive riguardo ai limiti e alle possibilità della socialità e delle forme sociali negli spazi digitali.  

Tutto ciò ci allontana alquanto dalla disciplina che Wagner ha descritto come “fondata sulla necessità di considerare i gruppi o le unità (o entrambi) come punti di partenza per l’analisi”. Infatti essa non offre un’alternativa praticabile per l’analisi di Anonymous. Benché coloro che collettivamente compiono le azioni che costituiscono il fenomeno Anonymous siano persone in carne e ossa situate in luoghi specifici, la loro particolare forma di socialità non ha niente a che fare con questo dato di fatto ed essi non sono coinvolti, né consciamente né inconsciamente, in alcun processo di creazione di “gruppo” o di “cultura”. Al contrario, Anonymous è un esperimento di socialità in corso, che mira a scardinare completamente i concetti tradizionali di “gruppo”, “cultura” e “identità”.    

La ricerca su Anonymous
Nella primavera del 2009 il mio team di ricerca di Etnografia Digitale composto da 15 studenti non laureati della Kansas State University ha iniziato lo studio di Anonymous come parte di un’analisi più ampia sull’anonimato: sia in quanto costante culturale (il sentimento generico dell’anonimato ampiamente espresso nelle condizioni sociali della tarda modernità) sia del modo in cui l’anonimato viene utilizzato, vissuto e negoziato nelle interazioni sociali (specialmente quelle online). Siamo approdati all’osservazione di Anonymous per il modo in cui complicava i nostri assiomi sull’identità e la comunità. Il luogo primario in cui ci siamo insediati per osservare e partecipare ad Anonymous è stata la bacheca /b/ di 4chan, una delle principali location della sua attività online. In varie occasioni, due membri del nostro team hanno anche incontrato e intervistato alcuni membri di Anonymous che protestavano contro l’attività della Chiesa di Scientology di Kansas City. Tuttavia il presente documento è centrato sulle attività online di Anonymous e in particolare su quelle che hanno avuto la loro origine o il fulcro sulla bacheca di /b/. Il lavoro sul campo per questo progetto ha presto dimostrato di avere la sua parte di rischio. Anonymous è ben noto per il disprezzo dei costumi sociali, per la capacità di mettere in atto truffe spettacolari e produrre impressionanti virus a volte pericolosi, a volte solo “vigilanti”, ma quasi sempre divertenti per coloro che sono al corrente dello scherzo. Quando ho visitato per la prima volta /b/, all’improvviso mi si sono chiuse tutte le finestre aperte sul monitor, si è spento il computer, poi è ripartito ed è comparso un messaggio in cui si diceva che ero seriamente infetto e avrei dovuto scaricare immediatamente Windows Antivirus 2009. Dopo qualche ricerca ho scoperto che Windows Antivirus 2009 era il nome del virus e che uno scareware, un programma progettato per spaventarmi inducendomi a scaricare altri virus dannosi, aveva preso possesso del mio computer. Alla fine non ho avuto altra scelta che ripulire tutto l’hard disc. Per i non iniziati /b/ di 4chan non solo costituisce un pericolo, ma è anche inquietante poiché prospera grazie alla sua etica priva di regole. Abbondano immagini sconcertanti, accompagnate da un linguaggio altrettanto duro e infarcito di una pesante dose di ironia e di quel tanto di autoderisione che basta per capire che chi scrive non prende molto sul serio neanche la propria mancanza di serietà. È stato questo il forum preferito dall’hacker dell’indirizzo Yahoo di Sarah Palin: dopo essere entrato nel suo account l’hacker ha comunicato la sua password su 4chan. Quando la violazione è diventata una notizia di livello nazionale, gli utenti di 4chan hanno preparato l’attacco dei mezzi di informazione postando le immagini più inquietanti possibili (per il mainstream), per lo più pornografia gay, scatologica e zoofila. L’immagine in cima alla bacheca era quella di un uomo nudo dal petto villoso e dal pene eretto, con un messaggio che recitava

“BUONA SERA, MEZZI DI INFORMAZIONE, E BENVENUTI SU /B/! IO SARÒ LA VOSTRA GUIDA TURISTICA. NON VI ALLARMATE PER CIÒ CHE VEDETE QUI”

Paura e disgusto sono stati tali da distogliere la maggior parte dei membri del mio team di ricerca dallo studio di Anonymous. Dopo qualche settimana di lavoro, solo due studenti erano ancora disposti a studiare direttamente Anonymous, mentre gli altri hanno preferito focalizzare le loro ricerche su altri aspetti dell’anonimato.  

1 È proprio in questi raid che gli anons sembrano assumere la formazione più simile a quella di un vero gruppo, cioè sembrano raggiungere quello che Rogers Brubaker definiva un “alto livello di groupness (senso di appartenenza a un gruppo)”. Tuttavia anche in queste circostanze non costituiscono davvero un gruppo. Non sono un “loro”. Come nota Chris Landers, sono un gruppo solo “nel senso in cui uno stormo di uccelli lo è […] viaggiano nella stessa direzione, ma in qualsiasi momento altri uccelli possono unirsi, allontanarsi o virare verso tutt’altra direzione”.  
2 La rabbia di Anonymous contro le e-celebrity e l’ossessione della nostra cultura per l’identità non è dissimile da quella di molti poeti degli anni Venti, quando esortavano i colleghi scrittori a “non creare un culto dell’espressione” (E.M. Forster citato in Ferry 2002). Oppure, come Walter Lowenfels e Michael Frankel scrivono in un pamphlet di 29 pagine dal titolo Anonymous: The need for anonymity (1930): “La lotta Anonima per ideare il romanzo compiuto, o la poesia, si trasforma nella lotta per un ideale globale, quello della creazione; non si tratta della promozione della fama di un singolo poeta o del suo riconoscimento […] Se è un artista, questo è sufficiente”.  
3 Il concetto di “meme” è stato formulato per la prima volta da Richard Dawkin, nel suo Il gene egoista (1976), per descrivere un’idea o un fenomeno culturale che si autopropaga.  
4 A volte gli stessi numeri di post diventano oggetto di un gioco chiamato “GET”, in cui chi posta cerca di ottenere un numero particolare o dal significato speciale, come 12345678 o 20000000. Come si nota su 4chan, “i GET sono ricercati da molti e di solito oltre mille utenti fanno a gara per averne uno, spesso postando a un ritmo velocissimo per migliorare le chance di ottenere il numero GET desiderato”. Di recente i moderatori di 4chan si sono stancati di questo gioco, specialmente quando hanno dovuto seguire il turbinio di post che il 21 febbraio 2010 miravano al “200MGET”. Da allora le ultime tre cifre del numero sono nascoste da XXX. Uno script di Greasemonkey può rivelare il numero. Dal 21 febbraio 2010 sia nominare i post sia i GET sono diventati meno frequenti, ma continuano ancora e ciò significa che qualcuno sta usando Greasemonkey o qualcosa di simile per scoprire i veri numeri.  
5 (Nota del traduttore) Lo straight edge è uno stile di vita che prevede l’astinenza da tabacco, alcool, droghe e sesso occasionale e talvolta include vegetarianismo o veganismo; deriva da un’etica di natura punk.      

Bibliografia:
  Lila Abu-Lughod, “Writing Against Culture”, in Recapturing Anthropology: Working in the Present, a cura di Richard G. Fox, NM: School of American Research Press, Santa Fe 1991, pp. 137-162.   «Anonymous», voce della Encyclopædia Dramatica (2009), in  http://encyclopediadramatica.com/Anonymous. (Consultato il 25 novembre 2009)   Peter L. Berger, Brigitte Berger e Hansfried Kellner, The Homeless Mind: modernization and consciousness, Random House, New York 1973.   Christoph Brumann, “Writing for Culture: Why a Successful Concept Should Not be Discarded”, in Current Anthropology, vol. 40, Supplemento, febbraio 1999, pp. 1-27.   Henry Canby, “Anon is Dead”, in The American Mercury, vol 8, 1926, pp. 79-84.   James Clifford, The Predicament of Culture: Twentieth-Century Ethnography, Literature, and Art, Harvard University Press, Cambridge (MA), 1988.   Gabriella Coleman, “Old and New Wars over Free Speech, Freedom and Secrecy or How to Understand the Lulz battle against the CO$” (2010), video online in http://vimeo.com/10837847. (Consultato il 10 maggio 2010)   Thomas de Zengotita, Mediated: How the Media Shapes Your World and the Way You Live in It, Bloomsbury USA, New York 2006.   Anne Ferry, “Anonymity: The Literary History of a Word”, in New Literary History, vol. 33, 2, 2002, pp.193-214.   J.R. Gillis (a cura di), Commemorations: the politics of national identity, Princeton University Press, Princeton (NJ) 1994.   Akhil Gupta e James Ferguson, “Beyond ‘Culture’: Space Identity and the Politics of Difference”, in Cultural Anthropology, vol. 7, 1, 1992, pp. 6-23.   Ulf Hannerz, Transnational Connections: Cultures, people, places, Routledge, London 1996.   Dion Hinchcliffe, “Tracking the DIY Phenomenon” (11 febbraio 2007), post nel blog, in http://www.zdnet.com/blog/hinchcliffe/tracking-the-diy-phenomenon-part-1-widgets-badges-and-gadgets/80. (Consultato l’11 maggio 2010)   Eric Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), The Invention of Tradition, Cambridge University Press, Cambridge/New York 1983.   Paul Lamere, “Inside the Precision Hack” (15 aprile 2009), post nel blog Music Machinery, in http://musicmachinery.com/2009/04/15/inside-the-precision-hack/.   Walter Lowenfels e Michael Frankel, Anonymous: The Need for Anonymity, Carrefour Editions, Berkeley 1930.   George Marcus, “The End(s) of Ethnography: Social/Cultural Anthropology’s Signature Form of Producing Knowledge in Transition”, in Cultural Anthropology, vol. 23, 1, 2008, pp. 1-14.   Tim O’Reilly, “The Architecture of Participation” (26 aprile 2003), in http://www.oreillynet.com/pub/wlg/3017.   Howard Rheingold, The Virtual Community, Addison-Wesley, 1993, in http://www.rheingold.com/vc/book/. (Consultato l’11 maggio 2010)   Marshall Sahlins, “Goodbye to Tristes Tropes: Ethnography in the context of modern world history”, in Assessing cultural anthropology, a cura di Robert Borofsky, McGraw-Hill, New York 1994, pp. 377-94.   Charles Taylor, The Ethics of Authenticity, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1991.   Sherry Turkle, Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, Simon & Schuster, New York 1995.   Roy Wagner, “Are There Groups in the New Guinea Highlands?”, in Frontiers of Anthropology: An Introduction to Anthropological Thinking, a cura di Murray J. Leaf, D. Van Nostrand Company, New York 1974, pp. 95-122.   Roy Wagner, The Invention of Culture, University of Chicago Press, Chicago 1975   Michael Wesch, “An Anthropological Introduction to YouTube” (2008), video online in  http://www.youtube.com/watch?v=TPAO-lZ4_hU.   Raymond Williams, The Country and the City, Oxford University Press, New York 1973.

Testo pubblicato nel catalogo "Identità virtuali", Silvana Editoriale, 2011



 
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