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La natura mediale della natura umana

Engrammi ed exogrammi

Il film Blade Runner, girato nel 1982, ha per tema la memoria. È ambientato nell’anno 2028. Grazie alla tecnologia genetica, gli esseri umani hanno ormai da tempo creato i cosiddetti “replicanti”, esseri ausiliari dalle prestazioni fisiche notevoli, destinati a venire impiegati nel lavoro su altri pianeti. I replicanti ignorano di essere stati creati in laboratorio; sono stati dotati di una memoria autobiografica, possono narrare il loro passato e portano con sé le fotografie del tempo, fittizio, della loro infanzia. Sono esseri privi di passato e di futuro perché la durata della loro vita, rigidamente prefissata, si esaurisce nell’arco di alcuni anni. Di tanto in tanto, singoli replicanti riescono a svelare il mistero che circonda la loro precaria esistenza. Per individuare questi casi sono stati addestrati degli speciali detective, i Blade Runner. Con apposite tecniche di osservazione e approccio, i Blade Runner sono in grado di capire se hanno di fronte un essere umano o un replicante, con l’eventuale scopo di rendere quest’ultimo inoffensivo. Deckard è un Blade Runner. Rachel è invece l’assistente di Tyrell, padre dell’ingegneria genetica e capo dell’azienda che produce i replicanti, la Tyrell Company. Rachel teme di essere a sua volta una replicante e si rivolge a Deckard sperando di ricevere da lui delle rassicurazioni sulla propria natura umana. Durante il loro incontro si svolge il seguente dialogo:
Rachel:
Crede che sia una Replicante, vero? (Mostra una foto) Guardi. Sono io con mia madre.
Deckard:
Ah sì? Ti ricordi quando avevi sei anni? Tu e tuo fratello siete entrati di nascosto in un edificio abbandonato, in cantina. Volevate giocare al dottore. Lui ti fece vedere il pisellino, ma quando toccò a te, fuggisti. Te lo ricordi? L’hai mai raccontato a nessuno? A tua madre? A Tyrell? A nessuno? Ti ricordi quel ragno che viveva nel cespuglio fuori dalla tua finestra? Il corpo arancione, le zampe verdi? Tutta l’estate lo guardasti tessere la sua tela. Poi, un giorno, vi apparve dentro un grande uovo. L'uovo si schiuse…  
Rachel:
… l’uovo si schiuse e ne uscirono cento piccoli ragnetti. E lo divorarono.
Deckard:
Impianti. Quelli non sono i tuoi ricordi! Sono di qualcun altro. Sono della nipote di Tyrell.
Rachel:
(Piange)

Per dimostrare che Rachel è una replicante, Deckard ricorre a una strategia tanto semplice quanto fatale: narra i ricordi che Rachel stessa nutre del proprio passato. Basta immaginare che un estraneo ci racconti i dettagli più segreti della nostra esistenza, dimostrando così di conoscerci quanto noi ci conosciamo, per comprendere come, in quel momento, Rachel veda crollare il fondamento di ciò che fino ad allora ha ritenuto essere la sua vita. Rachel si arrende all’evidenza nel momento in cui porta a conclusione il racconto iniziato da Deckard. Il detective conclude freddamente: quella di Rachel non è una vita vissuta, i suoi sono ricordi impiantati. Le memorie di Rachel appartengono a qualcun altro. E Rachel piange.

Questo breve dialogo illustra in modo esemplare ciò su cui riposa una memoria autobiografica: non certo sulle esperienze vissute che il sistema neurale ha codificato in forma di sinapsi, bensì su quei contenuti che, all’interno del vasto insieme dei vissuti personali, vengono accettati e sanciti dall’ambiente sociale. I ricordi che non possono essere condivisi non sono più tali. È necessario che altri esseri umani confermino costantemente la corrispondenza fra il patrimonio dei ricordi di un soggetto e il patrimonio dei ricordi che il suo ambiente sociale gli riferisce. In tutto ciò giocano un ruolo importante le fonti esterne della memoria; ed è per questo che Rachel esibisce delle foto che la ritraggono bambina. Questo fenomeno rimanda a un ulteriore aspetto, di estremo interesse: la memoria autobiografica non dipende soltanto dall’autenticazione sociale, ma anche e in misura straordinariamente grande da fonti, dati e marcatori esterni che non consistono soltanto in persone, ma anche nei più svariati archivi di memoria. In altre parole: la memoria autobiografica non lavora soltanto all’interno dell’organismo, ma anche e soprattutto all’esterno di esso poiché molti contenuti di memoria si trovano al di fuori della rete neurale.

La ricerca neuro-scientifica sulla memoria definisce “engrammi” quelle funzioni di attivazione neurale collegate a una rappresentazione o a un ricordo. Gli engrammi costituiscono, per così dire, le tracce di tutti i nostri vissuti e di tutte le nostre esperienze. Sono invece detti “exogrammi” i dati di memoria esterna, di qualsiasi genere essi siano, che vengono utilizzati per padroneggiare le esigenze del singolo momento ed elaborare strategie di azione per il futuro. Può trattarsi in questo caso di contenuti scritti, orali, simbolici, oggettivi, musicali, abitudinari; in breve, sono contenuti di ogni genere, che possono essere stati elaborati in qualità di strumenti di orientamento (per esempio il linguaggio) oppure vengono utilizzati così come si presentano (come il cielo stellato per la navigazione). Per esprimerci richiamando la teoria dei quanti, un tale contenuto “salta” immediatamente nello status di exogramma ogni qualvolta venga richiamato e utilizzato da un soggetto in forma di dato di memoria esterna.

Diversamente dagli engrammi, gli exogrammi sono permanenti, cioè superano i limiti temporali e spaziali della vita del singolo e l’orizzonte dell’esperienza personale. Dal punto di vista evolutivo, il passo determinante della filogenesi umana deve essere individuato nell’elaborazione di simboli, poiché questi, come ha mostrato Merlin Donald, accrescono le potenzialità cognitive umane di un archivio di memoria straordinariamente potente, laddove a differenziarsi maggiormente sono le caratteristiche di archiviabilità di engrammi ed exogrammi: mentre gli engrammi sono “impermanenti, piccoli e difficilmente perfezionabili, impossibili da esibire alla coscienza per un periodo di tempo significativo, difficili da localizzare e richiamare”, gli exogrammi sono invece contenuti di memoria “stabili, permanenti, virtualmente illimitati, infinitamente riformattabili” e accessibili alla coscienza (Donald 2001, pp. 309 sgg.). Inoltre, gli exogrammi possono essere richiamati con facilità e con diversi possibili procedimenti. La coscienza umana dispone quindi di due sistemi di rappresentazione, uno interno e uno esterno, mentre tutti gli altri esseri viventi dispongono soltanto del sistema di rappresentazione interno.

Pertanto la memoria conserva e rappresenta non solo le tracce di avvenimenti oggettivi, ma anche e soprattutto le tracce di ciò che ha giocato un ruolo importante in seno all’esistenza comunicativa dell’individuo. Detto altrimenti, oltre alle cose che ci sono accadute noi ricordiamo anche le cose di cui abbiamo semplicemente parlato, che abbiamo sognato o che, addirittura, ci siamo immaginati. La memoria autobiografica è quindi un’unità bio-psicosociale che, a seconda delle esigenze del momento, può potenzialmente attingere a contenuti di memoria di qualsiasi genere (Markowitsch e Welzer 2005). Da un punto di vista evolutivo, la memoria non è nient’altro che la capacità degli organismi di adattarsi a un ambiente in continua trasformazione, capacità che consiste nell’attingere a modelli di reazione a determinati stimoli precedentemente archiviati. La memoria serve pertanto a padroneggiare le esigenze poste dal singolo momento; ciò a cui i ricordi sono diretti e riferiti non si trova, quindi, nel passato, quanto piuttosto nel presente e nel futuro. Per gestire questi ultimi, un soggetto ricordante può richiamare fonti di qualsiasi provenienza, a patto che siano utilizzabili per padroneggiare le sfide del futuro e che siano adeguate a quella che è stata, fino a quel momento, la sua organizzazione autobiografica.

I sette peccati capitali della memoria

Il modo in cui noi ricordiamo è quindi dipendente da ciò che ci serve nel singolo istante. La ricerca ha ormai mostrato che la memoria autobiografica funziona in modo oltremodo elastico nella capacità di integrare i contenuti provenienti dalle fonti più diverse. Ma in ciò si annida un problema sostanziale, perché l’inadempienza nel fornire un ricordo del passato perfettamente rispondente alla realtà fattuale viene sempre considerata come un deficit, come “atto mancato” mnestico o come “falso ricordo”. Appare tuttavia assai sorprendente che, da un punto di vista evolutivo, l’organo principale attraverso cui l’uomo affronta e gestisce il mondo si sia sviluppato in modo così incompleto e carente da produrre continui errori. Forse ciò che viene percepito come errore mnestico e falso ricordo – e pertanto come motivo di irritazione – possiede in sé una sua ragion d’essere, addirittura un suo metodo. Se così non fosse, la memoria umana non potrebbe assolvere alla sua praticamente illimitata capacità di integrazione; essendo un sistema che lavora su base associativa, essa deve necessariamente operare con dati scarsamente definiti e con collegamenti azzardati. I più significativi errori mnestici sono stati elencati da Daniel Schacter (1999): labilità, vale a dire indebolimento e/o scomparsa di contenuti di memoria; selettività della percezione nel momento dell’acquisizione di un dato di memoria; blocco della capacità di richiamo (effetto “punta della lingua”); falso ricordo; scambio delle fonti; distorsioni retrospettive; persistenza.
In particolare nel caso degli ultimi tre “peccati capitali”, gioca spesso un ruolo rilevante la rappresentazione visiva di un ricordo: proprio ciò che abbiamo “ancora davanti agli occhi”, ciò che crediamo ancora di poter “vedere” in ogni singolo dettaglio ci dà la convinzione indistruttibile che il nostro ricordo risponda pienamente a un fatto realmente avvenuto. Per il soggetto ricordante è difficile – e assai sorprendente – comprendere che il ricordo visivo non nasce sempre dall’impressione dell’evento nella retina e dalla sua successiva archiviazione nel cervello, ma che può essere invece dovuto al fatto che i sistemi di elaborazione neurale responsabili delle percezioni visive e dei contenuti fantasticati si sovrappongono, cosicché eventi puramente immaginari possono presentarsi in forma di memorie visive, come se fossero ancora “davanti agli occhi”. Proprio qui si annida la maggiore discrepanza tra la convinzione soggettiva di ricordare perfettamente e la natura artificiosa del ricordo (Welzer 2002, pp. 34 sgg.).

Come abbiamo detto, queste apparenti disfunzioni della memoria vengono generalmente considerate come qualcosa di negativo. Ma molti di quei fenomeni che nella vita quotidiana ci appaiono come una detestabile insufficienza della nostra memoria sono, in realtà, estremamente funzionali. In generale, dimenticare è un aspetto costitutivo della capacità di ricordare. Infatti, se all’interno del flusso degli eventi e dell’inventario di oggetti che in ogni istante ci circondano ricordassimo tutto ciò che risulta in via di principio percepibile – e quindi ricordabile – non avremmo la minima possibilità di orientarci e prendere delle decisioni sull’immediato futuro. Dimenticare è quindi una capacità adattiva estremamente funzionale. Anche i fenomeni di blocco o temporanea inaccessibilità dei dati di memoria discendono da una funzione adattiva, cioè dall’inibizione, che nella fase di richiamo di determinati contenuti serve a selezionare le sole informazioni necessarie, e non, insieme ad esse, anche tutto il resto. Il blocco di memoria è quindi un piccolo incidente di percorso nel sistema peraltro estremamente funzionale del richiamo mirato. Lo stesso vale a proposito della selettività della percezione. Noi percepiamo in primo luogo ciò su cui si concentra il nostro momentaneo interesse, mentre tutto il resto scompare ai margini della nostra attenzione. Sappiamo bene quanto sia ristretto il fuoco della nostra attenzione quando, per esempio, cerchiamo un biglietto con un numero telefonico in un cassetto pieno di carte, fogli, biglietti da visita… Ma anche in generale, cioè in una situazione qualsiasi, sono ben pochi gli elementi che hanno accesso alla nostra memoria “di lavoro”; a partire da essa, come abbiamo detto, sono di nuovo pochissimi gli elementi che vengono trasferiti nella memoria a lungo termine. Anche nei processi di immagazzinamento, conservazione, richiamo e rinnovato immagazzinamento ha luogo una selezione: se non attivati, gli engrammi possono dissolversi; nella fase di richiamo, viene talvolta selezionato un singolo aspetto di un complesso sistema di memorie; al momento della rinnovata archiviazione, vengono immagazzinati insieme ai contenuti originali anche degli elementi che appartengono alla situazione in cui il ricordo è stato richiamato. In breve, i dati di memoria sono largamente sottoposti ad alterazioni causate dal loro uso.

Il fatto che la memoria autobiografica non distingua tra ricordi “veri” e “falsi” dovrebbe spingere a considerare con cautela la distinzione tra “verità” e “falsità” in riferimento al ricordo. Un concetto di verità orientato all’obiettiva ricostruzione di fatti precedentemente avvenuti ha senz’altro grande rilevanza nell’ambito della scienza e davanti alla legge; tuttavia i criteri di verità scientifica o giuridica sono soddisfatti in modo ben diverso rispetto ai criteri sociali di verità. Se nel primo caso possono dirsi “veri” solo i dati certificati tramite strategie di verifica strettamente codificate, nella vita quotidiana la verità si misura con il criterio della conformità sociale. Molti conflitti di memoria che dividono scienziati e testimoni oculari sono dovuti alla cronica incuria di questa distinzione. Inoltre si potrebbe cogliere meglio la natura mediale della memoria umana se rinunciassimo alle distinzioni tradizionali e normativamente codificate tra ricordi veri e falsi.

In maniera oltremodo utilitaristica, la memoria considera sempre come propri ricordi anche i dati provenienti da tutt’altre fonti, per esempio testi di film o racconti, i contenuti mediati e ampiamente alterati nel corso della comunicazione, o infine ciò che è stato semplicemente immaginato. Detto diversamente: la natura della memoria umana è mediale per sua costituzione.

Ricordi importati

Nei racconti dei testimoni oculari giocano un ruolo di primo piano copioni e sceneggiature date, testi che hanno trovato un format nei media, narrazioni socialmente accreditate; tuttavia fino ad oggi questo fenomeno non è stato oggetto di alcuna indagine sistematica. Nel nostro studio intergenerazionale Opa war kein Nazi! (letteralmente: “Il nonno non era un nazista”; Welzer et al. 2002) abbiamo elencato una serie di esempi di sequenze cinematografiche che i narratori hanno inserito nei loro racconti autobiografici, senza peraltro averne la minima consapevolezza. Ovviamente, si tratta con particolare frequenza di scene tratte da film bellici; dato che l’esperienza dei più giovani arruolati nella seconda guerra mondiale è stata rappresentata con particolare efficacia nel film Il ponte di Bernhard Wicki, i testimoni hanno spesso narrato esperienze quasi coincidenti con quelle vissute e sofferte dai protagonisti del film. Altri elementi di riferimento sono forniti da film come All’ovest niente di nuovo e Gli assassini sono tra noi. D’altra parte, alcuni risultati mostrano come per le immagini non legate a eventi vissuti in prima persona gli artefatti cinematografici possano fornire un senso di maggiore autenticità rispetto ai veri reperti storici; un esempio di questo fenomeno consiste nel fatto che gli scenari del film Schindler’s List di Steven Spielberg godono, agli occhi dei visitatori dei luoghi della memoria, di un valore maggiore rispetto ai “veri” luoghi in cui si è verificato l’orrore dell’Olocausto.

Ma anche in questo caso, cosa significa “i veri luoghi”? La funzionalità esogrammatica della memoria umana ha da sempre dimostrato che il vissuto richiamato non è altro che un inestricabile groviglio di percezioni, modelli interpretativi, interpretazioni, fonti e criteri di validità sociale. Anche il vissuto del giovane Werther può essere importato da un soggetto nel suo personale ricordo della tarda pubertà, e non a caso le difficoltà affrontate da uno dei primi eroi della storia del romanzo, Don Chisciotte, sono dovute al fatto che il protagonista non riesce a operare una netta distinzione tra realtà e letteratura. Ma non aveva torto: oggi si possono visitare nella Mancia innumerevoli, autentici mulini a vento contro i quali Don Chisciotte ha combattuto, e davanti alla fittizia casa dell’altrettanto fittizia Dulcinea i bus scaricano ogni giorno frotte di turisti pronti a scattare fotografie assolutamente “autentiche”. A seconda del livello culturale del soggetto, l’importazione dei ricordi può arrivare a coinvolgere addirittura una fonte come Omero, o meglio l’Odissea; lo dimostra questo breve esempio finale tratto dalle nostre interviste, in cui un “testimone” narra del suo imbarco forzato durante la guerra e richiama il personaggio dell’astuto Ulisse che, essendosi fatto legare all’albero della nave, sfuggì all’incantesimo delle sirene: “Laggiù, vicino al promontorio, quelle terribili tempeste … io mi ero legato all’albero maestro – un’esperienza formidabile, no? Si immagini … onde alte come case, e poi gli albatri che erano sempre lì … E poi di notte la Croce del Sud … Insomma, questo è quello che ricordo, una storia incredibile, no?”

Memoria e inconscio

Quando una prassi comunicativa ha per oggetto il passato e la storia, essa non riguarda semplicemente la trasmissione di singoli contenuti che, come elementi mobili di una narrazione, possono essere combinati in vari modi; piuttosto, coinvolge anche e sempre la struttura organizzativa di tali combinazioni, una struttura che definisce preventivamente quali attori possano comparire e in quale ruolo, nonché in che modo debba essere valutato il contenuto della loro esperienza. Per questa ragione, condizioni situazionali, nessi causali o svolgimenti vengono ricordati così come “ha più senso” per l’uditore, che in un secondo tempo sarà a sua volta il narratore. Di conseguenza, sia la biografia del singolo sia la storia della comunità vengono continuamente riscritte alla luce di nuove esperienze ed esigenze, ma anche alla luce dei nuovi quadri interpretativi offerti dal presente. Potremmo dire che ogni generazione, ogni epoca, ogni presente si confeziona il proprio passato scegliendo la versione che risulta maggiormente valida, a livello funzionale, rispetto ai propri orientamenti e alle proprie possibilità strategiche per il futuro. Ciò non sarebbe possibile se la memoria ricordasse sempre la stessa cosa e sempre nello stesso modo.

Affermare la natura per sua costituzione mediale della memoria significa anche che gli atti del percepire, dell’interpretare e dell’agire coinvolgono molti più fattori di quelli che risultano accessibili alla coscienza. Da questo punto di vista, come ha scritto lo psicologo Mark Freeman, l’autobiografia non ha a che fare con la rappresentazione di una vita, bensì con l’insieme delle numerose fonti che costituiscono il Sé (Freeman 2001, p. 40). A collegare queste fonti è un “inconscio comunicativo” basato su un “sapere” molto più vasto di quello che è accessibile alla coscienza del singolo attore o di tutti gli attori insieme. Gli elementi essenziali del nostro senso del Sé, del nostro orientamento all’azione e della nostra memoria agiscono su un piano inconscio – non certo nel senso che riguardano qualcosa di “tagliato via” o “rimosso”, bensì nel senso di un inconscio funzionale, situato oltre la soglia della coscienza per motivi puramente operativi. Se tutte le operazioni mentali si svolgessero sotto il controllo della coscienza l’essere umano ne risulterebbe sovraccaricato, e quindi impossibilitato all’azione. In quest’ottica sarebbe ormai tempo di attribuire all’inconscio uno status ben più positivo rispetto a quello che gli hanno riservato Sigmund Freud e la psicanalisi dopo di lui: l’inconscio è per l’esistenza umana estremamente funzionale, poiché scarica l’azione cosciente da gravami, rendendola molto più libera ed efficiente. In questo senso, potremmo spingerci fino a rovesciare il celebre teorema di Freud, affermando che “Dov’era Io, deve diventare Es”.

Bibliografia
A. Assmann, “Wie wahr sind Erinnerungen? ”, in H. Welzer (a cura di), Das soziale Gedächtnis. Geschichte, Erinnerung, Tradierung, Hamburger Edition, Hamburg 2001, pp. 103-122.
M. Donald, A Mind So Rare. The Evolution of Human Consciousness, Norton 2001.
M. Freeman, “Tradition und Erinnerung des Selbst und der Kultur”, in H. Welzer (a cura di), Das soziale Gedächtnis. Geschichte, Erinnerung, Tradierung, Hamburger Edition, Hamburg 2001, pp. 25-40.
H.J. Markowitsch e H. Welzer, Das autobiographische Gedächtnis. Hirnorganische Grundlagen und biosoziale Entwicklung, Klett-Cotta, Stuttgart 2005.
D.L. Schacter, Il fragile potere della memoria: come la mente dimentica e ricorda, Oscar Mondadori, Milano 2003. H. Welzer, Das kommunikative Gedächtnis. Eine Theorie der Erinnerung, Beck, München 2002.
H. Welzer, S. Moller e K. Tschuggnall, “Opa war kein Nazi!” Nationalsozialismus und Holocaust im deutschen Familiengedächtnis, Fischer, Frankfurt 2002.

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