Sigalit Landau

Landau_DeadSee_mod

DeadSee, 2005
Still da video / Video still
Courtesy the artist


SIGALIT LANDAU (Israele, 1969)

Barbed Hula, 2000
Video, 1’52’’
Courtesy l’artista e Galerie Anita Beckers, Frankfurt

DeadSee, 2005
Video, 11’39’’
Courtesy l’artista

«Un confine è soprattutto e in primo luogo una parola che può essere utilizzata secondo diverse accezioni, in riferimento alla soglia del dolore, al confine dell’essenza, al limite di un disastro, al discrimine tra sanità e pazzia. (…) In un certo senso, i confini sono la pelle dei luoghi e anche una sorta di scorza per la maggior parte delle idee. I confini sono le nostre definizioni. E sono troppo sottili. Non c’è niente da controllare, perché non vediamo mai l’altro lato del confine correttamente» (Sigalit Landau).
Nel video Barbed Hula, Landau traspone sul proprio corpo le tensioni politiche e storiche della propria terra, trasformando la propria pelle in un confine labile e violabile, che non riesce a proteggerla dal dolore inferto dalle punte acuminate di un hula hoop fatto di filo spinato, uno strumento ludico che diviene strumento di tortura. La scena si svolge su una spiaggia a sud di Tel Aviv e il mare stesso, presenza ricorrente nei lavori dell’artista, diviene rappresentazione di un confine, l’unica frontiera del Paese non pericolosa, come nota la stessa artista, l’unica che non ha bisogno di filo spinato.
Il mare e l’artista sono i protagonisti anche di DeadSee, video nel quale il terzo soggetto della scena è una spirale dal diametro di 6 metri, composta di 500 angurie tenute assieme da 250 metri di corda che galleggiano sul Mar Morto. Sulla superficie di questo bacino d’acqua caratterizzato da una altissima salinità, Landau è inizialmente circondata e protetta dalle angurie all’interno della spirale che progressivamente si srotola. L’uso delle angurie, il loro colore, il loro movimento e la loro trasformazione tramite il sale esprimono tuttavia un paradosso, quello della costante trasformazione della materia e dell’instabilità della realtà: il cocomero si fa carne; il sale lo preserva tanto quanto lo distrugge. Sia il corpo dell’artista che la frutta sono prive di protezione esterna, ed entrambe sono esposte al contatto con l’acqua salina, come se il sale andasse a spargersi sulle ferite reali o metaforiche dei corpi in oggetto. Luogo al centro di molti lavori dell’artista, il Mar Morto separa Israele dalla Giordania e, in parte, dai Territori Palestinesi. I confini dividono, ma non riescono a contenere i movimenti delle persone che vogliono superarli; ed essi stessi si modificano con il modificarsi delle condizioni storiche che li determinano, come testimoniano le vicende e i paesaggi del Medio Oriente che nutrono l’immaginario dell’artista israeliana.

 

Sigalit Landau (1969, Israele; vive e lavora a Tel Aviv). Si è diplomata all’Accademia di Arti e Design Bezalel di Gerusalemme nel 1995 e, dopo alcuni anni a Londra, si è stabilita a Tel Aviv. Landau opera con una gamma di media diversi, che comprendono disegno, scultura, video e performance, creando opere e installazioni che a volte rimangono indipendenti, a volte formano ambienti completi e inclusivi. Le sue complesse opere toccano un numero di questioni sociali, umanitarie ed ecologiche, includendo argomenti come i senzatetto, l’emarginazione e le relazioni tra vittime e carnefici e tra declino e crescita. Dal momento che molte delle sue opere riguardano la condizione umana, la figura (spesso la propria) ne è un motivo chiave.
Usando sale, zucchero, carta e oggetti trovati, Landau crea installazioni in situ a grande scala, trasformando completamente gli spazi in cui lavora. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1997 e nel 2011, a documenta X, Kassel, nel 1997, allo Armory Show di New York nel 2005, alla ArtFocus International Contemporary Art Biennial, Tel Aviv (1994), Jerusalem (1996) e Herzliya (2005), alla Video Zone International Biennial of Video Art a Herzliya nel 2002, e alla Art TLV International Biennial of Contemporary Art di Tel Aviv nel 2008 e 2009. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui la Ingeborg Bachman Scholarship fondata da Anselm Kiefer (1997), Artist-in-Residence alla collezione Hoffmann, Berlino (1999), la ArtAngel/Times Commission, Londra (2000), IASPIS Artist-in-residence, Stockholm (2003), il Nathan Gottesdiener Foundation Israeli Art Award, Tel Aviv Museum of Art (2004), il Beatrice S. Kolliner Award per un giovane artista israeliano, The Israel Museum, Gerusalemme(2004), e il Sandel Family Foundation for Sculpture Award, Tel Aviv Museum of Art (2007).



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