Franziska Nori

Un'idea di bellezza

Il seguente testo è un estratto del saggio parte del catalogo “Un’idea di bellezza”, a cura del CCC Strozzina, Fondazione Palazzo Strozzi ed edito dalla casa editrice Mandragora (www.mandragora.it).

Franziska Nori

Un’idea di bellezza

Cosa sia la bellezza è forse uno dei quesiti più controversi e dibattuti dalla filosofia occidentale dall’epoca dell’antica Grecia sino a oggi. Se nella sua connotazione classica, insieme a termini come il bene, il vero e il giusto, è stata definita come uno dei valori fondamentali per l’essere umano, l’epoca moderna ne ha rinnegato e metodicamente decostruito la valenza.

Eppure, nel corso degli ultimi anni, confrontandomi con gli artisti più diversi, mi ha sorpreso constatare con quale inaspettata frequenza ricorresse il termine “bellezza”, a volte espresso quasi con pudore, altre ricordato con un senso di nostalgia, altre ancora addirittura rivendicato come un atto di sfida, quasi blasfemo. Provando a mettere a fuoco questo tema, è nato un progetto espositivo che costituisce una riflessione consapevolmente parziale e arbitraria su un termine così carico di storia e di diverse attribuzioni culturali, da far suscitare immediate reazioni in tutti gli interlocutori che con me hanno partecipato a questa riflessione.

Cos’è la bellezza oggi? Ne abbiamo ancora bisogno? Essa costituisce sempre un valore, un obiettivo o uno strumento per gli individui e per la produzione artistica contemporanea? Una lunga tradizione filosofica e storico artistica ha tentato ripetutamente di definire questo termine. Nelle varie epoche il canone estetico è stato spiegato in modo sempre diverso, mettendo in rilievo lo stretto legame con specifici contesti culturali, costantemente in divenire. La riflessione sull’estetica rimanda ad aspetti della sfera politica, sociale e morale di una società e di un determinato periodo storico.

Nell’arte contemporanea il bello continua a destare sospetto intellettuale e a costituire una sorta di tabù per curatori e artisti. Il mondo attuale è infatti erede di un processo del pensiero filosofico e artistico che ha portato alla crisi della nozione tradizionale di “bellezza dell’opera d’arte” e a un discredito quasi totale della “idea di bellezza” in quanto valore inadeguato a esprimere il sentire dell’uomo moderno. La sua nozione classica intesa come armonia o equilibrio era stata messa in discussione già nella filosofia estetica ottocentesca e, in modo ancora più definitivo, nel Novecento con il ripudio dei canoni estetici tradizionali nelle avanguardie storiche. Ancor di più, l’arte dagli anni Sessanta a oggi è arrivata a una definitiva messa in discussione del confine tra arte e realtà, minando indissolubilmente l’idea di bellezza come proprietà artistica.

Parallelamente la storia politica del Novecento ha messo sotto scacco la visione del bello come ideale sociale ed etico condiviso. L’impiego propagandistico e ideologico di forme del bello a espressione e consolidamento del potere delle élite sociali o di regimi totalitari hanno portato a una diffidenza quasi totale verso questo termine. La bellezza ha assunto i connotati di uno strumento politico di ricerca del consenso o tutt’al più di una strategia di abbellimento che, nell’era dell’affermazione dei mezzi di comunicazione di massa, ha trovato la propria conseguente estremizzazione nel kitsch o nella ricerca di una bellezza puramente esteriore, volta a una seduzione spesso finalizzata alla commerciabilità di prodotti o servizi.

Viviamo in un’epoca dominata da un’estetizzazione esasperata, in cui il termine bellezza è inflazionato e banalizzato o addirittura è divenuto sinonimo di gusto o di tendenze effimere. Di fronte a tutto ciò nasce spontaneo l’interrogativo sulla valenza e sulla definizione di questo concetto nella società contemporanea,se esso possa ancora costituire un valore per la produzione artistica e, se cosí fosse, quale possa essere una definizione condivisibile di bellezza. Molti artisti sembrano vivere una sorta di Sehnsucht per la bellezza, una nostalgia, un desiderio per un’esperienza estetica veritiera, trasformativa, intesa come momento di connessione straordinaria tra il singolo individuo e l’essenza delle cose. Sussiste dunque un’oscillazione tra due antipodi, tra una diffidenza estrema verso la rivelazione del bello e la continua ricerca di un significato ulteriore, di una bellezza intesa come esperienza connessa alla dimensione esistenziale più profonda dell’uomo e del suo rapporto con il mondo. Ma come si definisce questa esperienza? E cosa costituisce e definisce la qualità e l’intensità di tale esperienza?

“Beauty is in the eye of the beholder”

Torna alla mente il film American Beauty, diretto da Sam Mendes nel 1999, un’amara satira sullo stile di vita del ceto medio americano che ha dato spunto a innumerevoli interpretazioni sociologiche, che vanno ben oltre alle specificità della società americana. Il film narra la storia di un uomo di mezza età e della sua famiglia, tipici rappresentanti della classe media. Nel conformismo di una vita agiata e apparentemente normale i personaggi sono alle prese con un proprio senso di imprigionamento, di delusione e isolamento da cui cercano una possibile evasione. La scena centrale del film è dedicata a due adolescenti che tentano di dare un significato all’esistenza là dove gli adulti, ormai persi, non sembrano poter offrire validi modelli. In un momento di timida condivisione il ragazzo mostra alla ragazza un video da lui girato, che considera“la cosa più bella” da lui mai ripresa: un sacchetto di plastica che per alcuni minuti vola nell’angolo di una strada, creando una sorta di danza nel vento. Questo episodio apparentemente banale produce un cambiamento di prospettiva. Lo sguardo dei ragazzi riceve una nuova consapevolezza: l’attenzione ai dettagli del quotidiano permette di riconoscere la bellezza inaspettata dentro di esso.

Le immagini sono accompagnate da un breve monologo interiore, una sorta di ode alla bellezza e all’attimo fuggente che si rivela attraverso uno sguardo che dimentica se stesso e si immerge interamente in quell’attimo.

Questa breve scena di appena tre minuti è stata oggetto di una diffusione virale sulla rete, ha messo in moto un fenomeno di identificazione collettiva, esprimendo forse un sentimento diffuso e comune: la ricerca di cosa rimane di vero quando tutte le norme e strutture consolidate e dichiarate evidentemente falliscono. È quella nostalgia per qualcosa che si può definire un avvenimento interiore che poco ha a che vedere con la grandezza del gesto eroico o con la spettacolarità e la messa in scena di presunti canoni del bello. Se proviamo a superare la specificità del film, possiamo constatare che questo sentimento di raccoglimento, di intimità e di unità con se stessi nel mondo si avvicina a una delle possibili definizioni della bellezza.

In On Beauty and Being Just la filosofa americana Elaine Scarry considera la bellezza un’esperienza, un momento trasformativo in cui qualcosa ci fa sentire momentaneamente ai margini di quella soggettività, di cui invece la percezione del sé ci fa sentire protagonisti. Scarry parla di “radical decentring”, un breve frangente in cui usciamo da noi stessi addentrandoci nell’esperienza sensoriale e di trascendenza, rendendo così la visione o la contemplazione stesse della realtà un’esperienza estetica. L’opportunità di esperire qualcosa di bello ci permette di riconsiderare la nostra soggettività, proiettata al di fuori di se stessa.

Parlare di bellezza, dunque, significa parlare del soggetto che esperisce un evento e che esprime un giudizio. E qui diviene interessante soffermarsi sul termine “percezione”, dibattuto soprattutto in ambito psicologico e filosofico. Per definizione la percezione è quel processo psichico che nell’individuo opera una sintesi di dati sensoriali trasformandoli in forme dotate di significato. Gli aspetti discriminanti nell’affrontare la questione della percezione estetica sono da un lato la capacità dell’individuo di organizzare e unire diversi dati sensoriali in un’unica esperienza complessa e dall’altro la facoltà di categorizzazione, l’attribuzione di un oggetto a una categoria mediante il linguaggio. La sfera emotiva e sensoriale dà inizio a un processo cognitivo complesso che grazie a un sistema di nozioni, informazioni e sapere pregressi è in grado di essere verbalizzato e dunque comunicato ad altri. Nella prospettiva del lavoro di un artista, questo significa che un’osservazione, un’intuizione o un pensiero soggettivo, per essere comunicabili, necessitano di un processo di traduzione cognitiva in forme e linguaggi, avvalendosi di categorie condivisibili. L’arte, o meglio, le arti sono capaci di trasmettere da un individuo ad altri, ricercando una forma di espressione, un linguaggio con cui trasformare la soggettività di un’intuizione in rappresentazione.

Tradizionalmente la bellezza era definita come caratteristica dell’oggetto stesso, e dunque l’arte definita bella si contraddistingueva chiaramente attraverso determinate qualità oggettive come la preziosità dei materiali impiegati o un’esecuzione virtuosa. Dall’epoca moderna in poi la definizione stessa di cosa sia arte diventa fondamentale, “spodestando” così la centralità della riflessione sulla bellezza. Diviene cruciale un’indagine fenomenologica su ciò che sta alla base dell’esperienza estetica, il rapporto tra il soggetto che vive l’esperienza e l’oggetto che viene percepito. La ricerca artistica è così caratterizzata da una forte dinamica verso l’ampliamento e la ridefinizione del limite tra ciò che è arte e ciò che non lo è. L’arte rivendica la propria libertà nel suo rapporto con il reale, reclamando la propria autonomia. Si fa così sempre più importante la questione del contesto in cui l’arte viene percepita e definita come tale e, in seconda istanza, il tipo di esperienza che è in grado di procurare.

Da Duchamp in poi l’oggetto quotidiano diviene arte indipendentemente dalla sua fattezza materiale o dalle sue qualità estetiche, se la percezione dell’oggetto viene proposta alla luce di un nuovo contesto che verte alla ricerca di un significato (o, nel caso di Duchamp, anche alla paradossale ricerca del nonsense, dell’assurdo, del non-significato). Come sostiene il critico statunitense Arthur Danto, dal readymade duchampiano in poi, passando per la Pop Art warholiana, la definizione di opera d’arte, a differenza dell’oggetto di uso quotidiano, risiede nella cosiddetta aboutness, quella sfera concettuale, quell’idea che l’oggetto trasporta manifestandola. L’oggetto diventa arte tramite la sua capacità di essere interpretato e letto dal soggetto come portatore di nuovo significato.

La domanda che rimane centrale è che cosa sia allora l’esperienza estetica. Il critico d’arte, scrittore e poeta John Berger, ha esaminato in profondità l’atto del vedere, cosa sia lo sguardo applicato alla visione dell’arte. In Ways of Seeing, egli propone un’analisi della differenza tra come vedere una cosa e come verbalizzarne l’esperienza, sottolineando l’importanza della correlazione tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo, dichiarando l’arte come processo cognitivo alla ricerca di un significato. In Aesthetik des Erscheinens (“L’estetica dell’apparire”, 2000) il filosofo tedesco Martin Seel tenta un’analisi della percezione estetica (aesthetische Wahrnehmung), differenziandola da altri tipi di percezione del reale. Parla in primo luogo di una dimensione contemplativa e di una immaginativa, ma parla anche di dimensione corresponsiva, riferendosi al valore estetico che assumono particolari oggetti nel loro uso quotidiano. Questo tipo di esperienza non si basa sulla relazione con qualcosa dotato di una esplicita e dichiarata bellezza esteriore. Essa trova il suo fondamento nello sguardo nei confronti di una forma anche comune e ordinaria ma che, vissuta nella brevità di un attimo, perdura e lascia una traccia in chi la prova. Questi attimi fuggenti, questi istanti di apparente verità avvengono nel singolo individuo e rimangono, in parte, come intime esperienze non verbalizzabili.

Le neuroscienze hanno cercato di verificare e dimostrare l’esistenza dell’esperienza estetica grazie alle diverse procedure di visualizzazione tecnologica. Le immagini digitali riescono a localizzare il centro cerebrale in cui l’esperienza estetica si manifesta. Pur potendo dimostrare l’evento, questi metodi non hanno però la capacità di definirlo più precisamente, né di renderlo un fenomeno trasferibile o ripetibile da un individuo all’altro.

L’arte, più di ogni altra espressione culturale, ha la facoltà di arrestarci, di estrapolarci dal quotidiano aprendoci per un attimo lo sguardo su un significato più ampio dell’esistenza. Già all’inizio dell’epoca moderna poeti come Charles Baudelaire o Arthur Rimbaud ricercavano nuove forme di espressione e linguaggi per esprimere la scissione interiore vissuta dell’uomo all’inizio dell’era moderna. La contemplazione e la rappresentazione di stati ideali che nell’epoca romantica ancora scaturiva dall’esperienza tra individuo e natura, tra l’umano e il sublime, si era persa: l’uomo moderno doveva fare i conti con un’esistenza sempre più alienata e alienante.

Rispetto al passato, sembra che gli artisti contemporanei vogliano invadere proprio il quotidiano, mettendo in discussione gli elementi che ne compongono il tessuto sociale, e vogliano interrogare le diverse realtà, cercando di provocare un cambio di parametri e una modifica nelle abitudini. La bellezza (come categoria del bello) non vuole più essere un fenomeno puramente estetico, ma si estende alla dimensione dell’esperienza vissuta, nella quale l’azione consapevole persegue un ruolo centrale, trasformandosi dunque in atteggiamento etico e in nuova coscienza politica. Questo cambio paradigmatico si rispecchia non solo nelle tematiche affrontate dagli artisti contemporanei, ma anche nella loro scelta formale ed estetica che intraprende nuove direzioni e campi di sperimentazione, slegandosi dai vincoli di genere dettati dalla tradizione come anche dall’idea dell’opera come prodotto finito.

Il termine bellezza porta con sé due principali posizioni: da una parte la bellezza con la b minuscola, intesa come valore culturalmente condizionato, e dall’altra quella con la B maiuscola che si pone come valore universale. Da una parte potremmo citare la famosa frase di Margaret Wolfe Hungerford “la bellezza sta nell’occhio dell’ossevatore” (“Beauty is in the eye of the beholder”), dall’altra il celebre verso del poeta romantico John Keats “verità è bellezza, bellezza è verità” (“Truth is Beauty, Beauty is Truth”). La prima citazione sottolinea la soggettività e il carattere storico della bellezza che cambia sulla base della percezione soggettiva e del contesto storico-culturale in cui è esperita: “la bellezza non è una qualità propria delle cose stesse, essa esiste puramente nella mente di chi le contempla; e ogni mente percepisce una diversa bellezza (“Beauty is no quality in things themselves: It exists merely in the mind which contemplates them; and each mind perceives a different beauty”, David Hume 1757). La citazione del poeta inglese introduce invece il tema della bellezza che si pone come un valore assoluto: la bellezza ha carattere spontaneo e necessario, si lascia riconoscere.

Sulla base di questa contrapposizione è importante sottolineare che parlare della bellezza significa in ogni caso parlare del soggetto che la percepisce e la vive. Come ha scritto Sergio Givone: “L’esperienza estetica si sprigiona dal soggetto e investe la cosa illuminandola, ma ritorna sul soggetto” in quanto la bellezza non è una proprietà, una caratteristica estrinseca di una cosa (l’armonia e le proporzioni perfette dell’arte classica se replicate oggi ci apparirebbero superate o addirittura kitsch), ma una qualità che noi attribuiamo. Sorge quindi una domanda provocatoria: ciascuno è prigioniero di se stesso, del suo peculiare sentire, del suo gusto?

Un’idea di bellezza

Il lavoro degli artisti e la sfida del progetto espositivo “Un’idea di bellezza” mirano proprio a smentire questo egoismo della bellezza, questa chiusura del soggetto su se stesso. Punto fondamentale dell’esperienza estetica è che essa trovi la sua base sulla ricerca di corresponsione e sintonia, un effetto partecipativo. Il singolo individuo trova una nuova relazione con il mondo esterno, cambia il suo sguardo sul mondo e, di conseguenza, su se stesso e sugli altri. Questa mostra non ha l’ambizione di trattare esaustivamente il tema della bellezza, ma di fornire l’occasione per una riflessione grazie allo sguardo e le opere di otto artisti, diversi tra loro sia per i linguaggi scelti, sia per approcci e tematiche. “Un’idea”, non “l’idea”, di bellezza, appunto.

Partendo dalla specificità degli spazi della Strozzina, il percorso espositivo sviluppa ed esalta il confronto tra otto diverse posizioni, otto “mitologie individuali”. La scelta delle opere permette di relazionarsi con quello che in tedesco si definisce Haltung, espressione che sottende differenti attitudini, modi di vedere, intendere e vivere la vita. I visitatori sono chiamati al confronto con diverse proposte esistenziali, attraverso un forte coinvolgimento intellettuale, ma anche fisico e sensoriale.

Le prime due sale sono dedicate al lavoro di Wilhelm Sasnal, che attraverso la sua pittura e la sua produzione filmica esprime un’attitudine estetica e un particolare sguardo sulla realtà. La scelta delle opere, elaborata con l’artista stesso, si concentra su una selezione di lavori della sua più recente produzione. Nelle tele esposte il suo essere “cronista dei suoi tempi”, come Sasnal è stato definito negli anni dalla critica internazionale, in quanto autore di opere in cui ha ritratto le trasformazioni e le contraddizioni della Polonia contemporanea nella sua conversione da paese socialista a stato capitalista, volge a uno sguardo più intimo. Ricercando il valore dell’immagine pittorica, l’artista ferma il suo sguardo su brevi attimi, su dettagli privati colti durante i suoi viaggi o i momenti di quotidianità familiare, spesso catturati con il cellulare e solo in un secondo momento semmai tradotti in pittura. Molte delle opere in mostra sono lavori che l’artista ha deciso di tenere per sé e non mettere in vendita.

Queste opere tuttavia rifuggono ogni tipo di sentimentalismo e, piuttosto che riscoprire un’intimità familiare, mirano a scoprire il tralasciato, ciò che usualmente non è rappresentato nell’arte, con uno stile immediato che traduce la fugacità dell’attimo colto dall’artista. Secondo quella tipica relazione tra astrattismo e realismo, caratteristica di tutto il lavoro di Sasnal, le sue opere cercano, come egli stesso afferma, “una distanza” dai soggetti ritratti, si pongono come il risultato della sua straordinaria intelligenza visiva che lo porta a un’analisi delle immagini, un’assoluta decostruzione delle possibilità di rappresentazione al fine di una costruzione di un significato ulteriore conferito all’immagine stessa.

La scelta dell’opera Kacper come immagine guida della mostra mette in evidenza questo approccio. La visione suggestiva e poetica della figura esile nella luce nasce dall’istantanea di un momento di vita comune tra il pittore e il figlio. Tuttavia l’occultamento del volto impedisce la riconoscibilità del soggetto, elimina l’identità del personaggio e del rapporto artista-figlio, diventando un’immagine onnivalente, come un archetipo della memoria collettiva. Soggetto dell’opera non è più solo la rappresentazione di una figura particolare, ma una sua rielaborazione concettuale che si riferisce a una realtà altra non rappresentabile.

Allo stesso modo, la presentazione di Chiara Camoni è diretta a mostrare non tanto una selezione di opere, ma uno sguardo, un modo di mettersi in contatto con il mondo esterno e con gli altri. Nei suoi lavori l’artista non mira né alla restituzione del reale in sé, né alla produzione di oggetti, ma a trovare una sedimentazione di tracce di un vissuto connotate da un preciso contesto temporale che, grazie a una sua forte capacità di elaborazione concettuale, sono estrapolate dal meramente autobiografico per divenire espressione di una pratica artistica. L’appropriazione della Camoni si basa sulla sua vasta cultura storico-artistica, ma trova il suo fondamentale elemento nella capacità empatica di entrare in relazione con il mondo: il suo sguardo analitico coglie dettagli a cui attribuire nuove connotazioni concettuali e nuovi significati. Effimerità e temporalità diventano tematiche importanti delle sue opere, nelle quali lei stessa si pone all’ascolto della natura o degli altri esseri umani, creando dei memento mori in un linguaggio contemporaneo.

La scelta delle fotografie di Jean-Luc Mylayne è nata dalla stretta collaborazione con l’artista stesso, che insieme a noi ha selezionato le opere da esporre definendone l’esatta collocazione nello spazio a espressione di un preciso disegno legato al tema della mostra. Tutte le sue fotografie sono caratterizzate da una grande ricerca concettuale e filosofica che si manifesta nella costruzione stabilita fin nel minimo dettaglio delle sue immagini, in una dialettica permanente tra ciò che appare e l’essenza del mondo. Non c’è quasi mai la rappresentazione dell’uomo, ma hanno per soggetto proprio l’uomo e la sua capacità di vedere e leggere la realtà.

Le sue opere sono espressione di un essere nel mondo che diviene un’attitudine esistenziale, sono il prodotto di mesi di complesso e paziente lavoro. I risultati finali sono immagini dai soggetti tutt’altro che appariscenti, che richiedono la piena attenzione da parte di chi le osserva per poterne coglierne l’articolato sistema di rimandi e simboli anche dell’iconografia classica. Tuttavia la loro elaborazione risiede in un atteggiamento fortemente esperienziale, fondato sul rapporto diretto con la natura con cui l’artista cerca un incontro alla pari. La bellezza sta non solo nell’armonia e nella poeticità delle immagini, ma nel modo di porsi di Mylayne, nella sua completa e totale devozione alla minuta e delicata costruzione diretta a fermare quegli attimi, accuratamente preconcepiti, in cui avviene l’incontro con l’altro, rappresentato dagli uccelli. L’essenza della bellezza diventa una pratica di vita, in una dimensione esistenziale che è frutto di una riflessione su come porsi nel mondo a fronte della propria finitezza.

Come Mylayne l’artista tedesca Alicja Kwade crea esperienze estetiche essenziali e minimali che richiedono al pubblico una forte elaborazione cognitiva. Le sue installazioni spaziali mettono alla prova la nostra capacità di discernere la realtà dall’apparenza, riflettendo sul valore e la validità della nostra percezione. Alicja Kwade crea spazi che propongono una poetica visiva quasi surreale: oggetti quotidiani vengono modificati nella loro forma perdendo così la loro funzione e assumendo nuovi significati. Il suo lavoro scultoreo parte da una messa in discussione del mondo tangibile e da una rilettura in chiave esperienziale di nozioni scientifiche della fisica. L’installazione Teleportation presentata a Firenze propone l’esperienza di qualcosa di effimero e non palpabile, un gioco di riflessi e penetrazioni dei raggi di luce di lampade poste tra superfici di vetro. L’opera rinnega la tipica fisicità della scultura e verte a una sorta di sistema di sguardi e rimandi che trae ispirazione dalla teoria delle stringhe per tradurre un complesso teorema scientifico in una dimensione filosofica ed estetica. Quasi parafrasando il mito platonico della caverna, l’opera mette al centro il paradigma del rapporto tra realtà e apparenza e misura la nostra capacità di percepire il mondo e la bellezza che si nasconde in esso.

Il video Body of War di Isabel Rocamora ha per soggetto la violenza del combattimento militare riprodotto in un processo estetico che conduce a una riflessione sul sublime, su quel decentramento dell’io di fronte a una realtà che ci supera e va al di là della nostra quotidianità. L’artista attua una decostruzione del combattimento tramite l’elaborazione di una precisa costruzione di sequenze ritmiche e temporali, creando così una “coreografia” con una dimensione visiva e sonora estremamente calibrate e controllate.

Rocamora sembra applicare i principi trasformativi del teatro classico greco: mimesi e catarsi. Ci propone una sorta di ritaglio, un’inquadratura del reale su cui il suo sguardo si è soffermato. Da qui procede verso la decostruzione di questa realtà, depurata e ridotta ai suoi principi essenziali, la cui sintesi finale trasforma l’oggetto di partenza in una realtà altra, una realtà estetica astratta e profondamente in contrapposizione con qualsiasi istanza documentaristica.

Il coinvolgimento di Vanessa Beecroft permette di puntare l’obiettivo sul corpo e sulla sua presentazione-rappresentazione in relazione all’ideale della statuaria classica e ai principi di controllo e perfezione formali tipici dell’arte rinascimentale. L’ampia selezione di opere in mostra parte da una performance dell’artista italiana, VB66, realizzata nel 2010 presso il mercato ittico di Napoli. Questo particolare evento performativo è declinato attraverso diversi formati e tecniche artistiche: video, fotografia, scultura esaltano, nelle diverse temporalità tipiche dei diversi media, il paradosso tra vita e morte espresso nella performance delle modelle-sculture.

Vediamo frammenti di statue, calchi di braccia, busti, gambe disseminati tra i corpi di giovani donne che perdono la loro specificità individuale uniformate dal colore nero che le ricopre totalmente. È nel frammento, nel dettaglio, che ha luogo l’ossessione dello sguardo dello spettatore, il quale di fronte all’opera si trova allo stesso tempo incluso ed escluso da essa.

Le immagini di The Japan Series di Andreas Gefeller testimoniano il lavoro del fotografo tedesco svoltosi in Giappone, una realtà lontana dal suo contesto culturale originario. Il suo interesse si concentra sul rapporto culturalmente connotato tra natura e cultura, crescita spontanea e costruzione razionale umana. Ampie vedute di piante a spalliera e visioni ravvicinate di snodi o collegamenti di cavi elettrici e telefonici, catturati durante il giorno o durante la notte, sono i soggetti della serie: forme diverse dell’azione e dell’intervento dell’uomo in rapporto con la natura e il paesaggio, di cui Gefeller propone analogie visive tra metodi di coltivazione e di organizzazione di sistemi di cavi.

Il lavoro di Gefeller unisce diversi livelli di “costruzione” per ottenere delle immagini che, pur mantenendo una forte impronta iperrealistica, si propongono come composizioni astratte, disegni realizzati tramite la manipolazione di ciò che la macchina fotografica registra. Osservazione del reale e costruzione estetica si uniscono in fotografie che trasformano la nostra percezione della realtà e che diventano espressione di un’idea di bellezza intesa come visione, “disegno” ulteriore, presa di coscienza intellettuale di un livello superiore di significato del mondo che viviamo.

A conclusione del percorso della mostra si trova l’opera Dammi i colori di Anri Sala. Essa dà il via a una riflessione critica sull’impatto che l’arte può avere quando è direttamente collegata alle realtà sociali e politiche. Sala documenta la trasformazione della città di Tirana da parte dell’artista-sindaco Edi Rama, che ci permette di riflettere sul potere e il valore del bello nella vita sociale di un luogo. I nuovi colori e i nuovi progetti portati da Rama nella capitale albanese partono dalla consapevolezza dell’importanza della dimensione estetica (nel suo senso filologico di studio della sensazione) per una rivoluzione della società.

Il caso di Tirana diventa punto di riferimento per un’arte sociale che non si limita a un intervento di “beautification”, ma riesce a innescare un processo di cambiamento nella pratica sociale e comunicativa, dando adito a convegni e riunioni di cittadini, ripresentando una rinnovata idea di res pubblica compartecipata dai cittadini stessi. L’attività politica di Edi Rama propone il tema della bellezza della città come argomento di discussione e dibattito della collettività, in un dialogo tra apparato statale e privati cittadini che diviene segno democratico da contrapporre al passato politico albanese. Il video di Sala non esalta un’utopia o una soluzione radicale da imitare, bensì, nell’uso della telecamera a spalla e del dialogo in presa diretta, sottolinea l’importanza della “pratica della bellezza”, della sua messa in opera nella vita di tutti i giorni.

È importante sottolineare che la mostra “Un idea di bellezza” non si pone certo come un manifesto di intenti, ma si concentra su otto pratiche e attitudini artistiche che si propongono come modelli ed esempi che ispirano una diversa relazione con la realtà. L’arte ci dà occasione di riflettere sul nostro modo di vedere, capire, sentire la realtà e, in un certo senso, ci porta a guardarci dall’esterno e esplorare chi siamo. Ci rimanda a una ricerca di significato, a scavare nel profondo, cogliendo frammenti di memoria, conoscenza, esperienza che esprimano il senso delle cose.

Esperire la bellezza diviene un modo per permettere una corresponsione con il mondo, una connessione nuova tra l’io e la realtà. Affinare i propri sensi, mettersi in ascolto di mezzi toni, sfumature, momenti a cui normalmente non siamo in grado o non vogliamo prestare attenzione. Nel lavoro di un artista ciò significa cercare uno sguardo nuovo sulla realtà e trovare un linguaggio, una forma o un disegno con cui esprimere le sue percezioni. Ciò si traduce nella pratica di avvicinarsi alla realtà, ma anche di costruire qualcosa di nuovo che va al di là di essa: inquadrare il reale e costruire un nuovo reale, scomporre e ricomporre, framing e constructing al fine di proporre una riflessione esistenziale che equivale a una ricerca di significato.

 

Franziska Nori (1968, Roma) è direttore del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze). Dal marzo 2007 è responsabile per il programma artistico del centro di cui è stata curatrice delle mostre “Sistemi emotivi” (2007), “Arte, prezzo e valore” (2008), “Gerhard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea”, “As Soon As Possible” (2010), “Identità virtuali” e “Declining Democracy” (2011), “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea” e delle installazioni site specific nel Cortile di Palazzo Strozzi, realizzate da artisti come Michelangelo Pistoletto, Yves Netzhammer e Loris Cecchini. Si è laureata in antropologia culturale, letterature romanze e storia dell’arte presso l’università Johan Wolfgang Goethe di Francoforte. Dal 2000 al 2003 ha diretto il dipartimento di arti digitali “digitalcraft” presso il Museo di Arti Applicate di Francoforte (MAK), in cui è stata inaugurata la prima collezione museale dedicata a manufatti digitali, organizzando mostre dedicate a temi della cultura digitale come “I Love You”, sul mondo degli hacker e dei virus informatici, o “adonnaM.mp3”, un’analisi del file e network sharing sulla rete. Dal 2005 al 2007 ha fatto parte del comitato scientifico della New Media International School dell’Università di Lubecca. Nel 1998 ha svolto per la Commissione Europea uno studio sulle future strategie per i musei europei nel loro lavoro sul patrimonio culturale digitale. Dal 1994 al 1997 ha lavorato come curatrice indipendente d’arte moderna e contemporanea per istituzioni internazionali come la Schirn Kunsthalle di Francoforte, il Museum für Moderne Kunst di Vienna, il Museo Nacional Reina Sofia di Madrid, la Fundación la Caixa a Palma di Maiorca e la Fondazione Lucio Fontana.



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Con la grande mostra dedicata ad Ai Weiwei (23 settembre 2016-22 gennaio 2017) per la prima volta Palazzo Strozzi diventa uno spazio espositivo unitario che comprende facciata, Cortile, Piano Nobile e Strozzina.

L’arte contemporanea esce dalla Strozzina e si espande sia a livello espositivo che di comunicazione, in uno scenario in cui Palazzo Strozzi partecipa attivamente all’avanguardia artistica del nostro tempo.

Per questo motivo le informazioni relative alla mostra Ai Weiwei. Libero e il programma di mostre e attività future dedicato all'arte contemporanea saranno consultabili direttamente al sito www.palazzostrozzi.org e sui canali social di Palazzo Strozzi.

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