Elaine Scarry

Un'idea di bellezza

Il seguente testo è un estratto del saggio parte del catalogo “Un’idea di bellezza”, a cura del CCC Strozzina, Fondazione Palazzo Strozzi ed edito dalla casa editrice Mandragora (www.mandragora.it).

Elaine Scarry

Sulla bellezza e l’essere giusti

Come è percepita l’esperienza della conoscenza nel momento in cui si è di fronte a un bel giovane, un bel fiore o un bel passero? Sembra incitare, quasi imporre, un atto di riproduzione. Wittgenstein sostiene che quando l’occhio vede qualcosa di bello, la mano vuole afferrarlo.

La bellezza fa nascere copie di sé. Ci costringe a disegnarla, a fotografarla o a descriverla agli altri. A volte dà luogo a una replicazione precisa, altre volte a somiglianze, altre volte ancora a cose di cui non si può rintracciare la connessione con il luogo originario di ispirazione. […] La bellezza, come confermano tanto il Simposio di Platone quanto la vita quotidiana, stimola il concepimento di figli: quando l’occhio vede qualcuno di bello, tutto il corpo vuole riprodurre la persona. Ma stimola anche – come Diotima dice a Socrate – il concepimento di poesie e leggi, le opere di Omero, Esiodo e Licurgo. […] Questo fenomeno di concepimento incessante promuove in personaggi come Platone, Tommaso d’Aquino e Dante l’idea di eternità, della duplicazione perpetua di un momento che non cessa mai. Ma sorregge anche l’idea dell’abbondanza e della distribuzione sulla terra, la volontà di fare “sempre di più” così che, alla fine, ci sarà “abbastanza”. Sebbene grandi prodotti culturali come l’Iliade, la Monna Lisa o l’idea della distribuzione nascano dalla richiesta di riproduzione derivata dalla bellezza, la più semplice manifestazione del fenomeno è l’atto quotidiano di “osservare”. La prima impressione di un passero incita il desiderio di duplicare, non traducendo l’immagine intravista in un disegno, in una poesia o in una fotografia, ma semplicemente continuando a vederla per altri cinque secondi, altri trentacinque secondi, altri quarantacinque secondi, finché il passero è lì per essere contemplato. Seguiamo i percorsi degli uccelli che migrano, di sconosciuti che si spostano e di manoscritti dispersi, cercando di mantenere le cose sensorialmente presenti a noi stessi. […]

La bellezza a volte è criticata perché causa un contagio di imitazione, come quando un gruppo di persone comincia a adottare lo stile di una particolare stella del cinema; questa però è solo la versione imperfetta di uno sforzo profondamente benefico verso la replicazione.

Di nuovo, la bellezza è disprezzata perché dà luogo ad avarizia e cupidigia materiale; ma, anche qui, possiamo arrivare a sentire che stiamo semplicemente assistendo a un caso imperfetto di un risultato altrimenti positivo. […] Una cosa bella riempie la mente, e allo stesso tempo invita a ricercare qualcosa al di là di essa, qualcosa di più ampio o qualcosa della sua stessa grandezza, con cui ha bisogno di essere messo in relazione. La bellezza, secondo i suoi critici, ci fa restare a bocca aperta e sospendere ogni pensiero. […]

Sulla bellezza e l’essere equi

La messa al bando della bellezza dalle discipline umanistiche negli ultimi venti anni è stata compiuta mediante una serie di proteste politiche contro di essa che, come cercherò di suggerire, sono di per sé incoerenti. […] La bellezza è quantomeno innocente rispetto alle accuse che le vengono rivolte, e può anche darsi che, anziché danneggiare la nostra capacità di risolvere i problemi dell’ingiustizia, invece intensifichi la pressione che sentiamo a riparare i torti esistenti.

Quando dico che la bellezza è stata bandita, non intendo che le cose belle in sé siano state bandite, perché le discipline umanistiche sono costituite di belle poesie e storie, bei dipinti e disegni, belle sculture, bei film, saggi e dibattiti, che ogni giorno ci attirano a sé. Intendo qualcosa di molto più modesto: il parlare della bellezza di queste cose è stata messo al bando, in modo che noi coabitiamo nello spazio di questi oggetti […], ma parliamo della loro bellezza solo mediante sussurri.

La critica politica alla bellezza si fonda su due argomenti distinti. Il primo sostiene che la bellezza, occupando prepotentemente la nostra attenzione, ci distrae dalle ingiustizie sociali. Ci rende disattenti, e perciò, alla fine, indifferenti, al proposito di instaurare assetti che siano giusti. Il secondo argomento sostiene che, quando fissiamo qualcosa di bello, rendendolo oggetto del nostro sguardo prolungato, il nostro atto è distruttivo verso l’oggetto. […] Questa rimostranza ha dato luogo a un discredito generalizzato dell’atto di “guardare”, accusato di “reificare” proprio ciò che è oggetto di ammirazione. […]È chiaro da subito che i due argomenti siano poco credibili, dal momento che si contraddicono a vicenda. Con il primo, infatti, si presuppone che se il nostro “sguardo” potesse essere concentrato in una sola direzione ed essere indotto a aderire a uno specifico oggetto (un’ingiustizia che necessita di rimedio o di soluzione), quell’oggetto beneficerebbe della nostra generosa attenzione. Con il secondo si assume invece che un’attenzione generosa non possa nemmeno essere concepita, e che ogni oggetto che riceva attenzione prolungata soffrirà in qualche modo per l’atto stesso dello sguardo umano. […]

La bellezza, lungi dal contribuire all’ingiustizia sociale in uno dei due modi per cui è messa sotto accusa, o addirittura dal rimanere neutrale rispetto all’ingiustizia come uno spettatore innocente, ci assiste in realtà nell’azione di affrontare l’ingiustizia, non solo richiedendoci un acume percettivo costante – alti picchi di ascolto, vista, tatto – ma attraverso forme di istruzione più dirette. […]

Le persone passano così tanto tempo a notarsi a vicenda che è certo che questa pratica continuerà, a prescindere dalle conclusioni su cui arriveremo a proposito della bellezza. Ma si possono elaborare molti argomenti per spiegare il piacere che gli uomini trovano nel volto altrui. L’atto di fissare, come abbiamo visto prima, è una versione del desiderio di creare; è direttamente connesso agli atti di disegnare, descrivere, comporre, fare l’amore. È strano che le spiegazioni contemporanee del “fissare” o del “guardare” enfatizzino esclusivamente i rischi sofferti dalla persona che subisce l’azione di essere guardata, dato che la vulnerabilità del percettore sembra maggiore o uguale alla vulnerabilità della persona che viene percepita. Nelle spiegazioni della bellezza date nei secoli passati, è proprio il percettore a trovarsi in pericolo, sopraffatto, quando la sua strada incrocia qualcuno di bello. Platone fornisce la descrizione più minuziosa di questa destabilizzazione nel Fedro. Un uomo osserva un bel ragazzo, all’improvviso comincia a voltarsi da tutte le parti, al suo corpo capitano cose pubblicamente inaccettabili: prima rabbrividisce e trema, poi il sudore gronda da lui, è euforico, abbattuto, di nuovo euforico, abbattuto, adotta atteggiamenti di adorazione, comincia addirittura a offrire sacrifici in onore del ragazzo, trattenuto solo dall’imbarazzo di compiere un’attività tanto folle di fronte a tutti. Ora prova un dolore indescrivibile. Dalla sua schiena cominciano a spuntare delle piume, che appaiono lungo tutta la linea delle scapole. Poiché questo piumaggio comincia a sollevarlo di qualche centimetro dalla terra, lui vede degli scorci del regno dell’immortalità. Nondimeno, non si può negare che lo sconforto che prova dentro di sé vada di pari passo con quanto appare ridicolo all’esterno.

Nella Vita Nuova di Dante, l’osservatore è ugualmente in pericolo. Quando si trova faccia a faccia con Beatrice, Dante subisce un violento tremito, tutti i suoi sensi si affannano, allarmati dal pericolo a cui sono stati appena esposti. Presto è così immobilizzato che potrebbe essere scambiato per un “pesante oggetto inanimato”.

È difficile – a prescindere da quanto uno sia devoto al principio di “differenza storica” – rendere conto della discrepanza tra l’aura di vulnerabilità radicale che era attribuita in passato a colui che “osserva” e l’aura di immunità totale che gli viene assegnata oggi. Un sostenitore dello storicismo potrebbe scrollare le spalle, dicendo: “Semplicemente non vediamo più la bellezza allo stesso modo”. Ma come si può accettare una risposta simile se, come risultato di questa miserabile immunità che abbiamo appena ottenuto, ci viene chiesto di rinunciare completamente alla bellezza? Una risposta migliore potrebbe essere quella di dire non tanto che vediamo la bellezza delle persone in maniera diversa, ma che non la vediamo affatto. L’essenzialista, che crede che la bellezza rimanga costante lungo i secoli, e lo storicista o il costruttivista sociale, che credono che anche le più profonde strutture dell’animo siano suscettibili di elaborazione culturale, non devono necessariamente essere in disaccordo di fronte a questo dilemma. Infatti, o le nostre reazioni alla bellezza permangono inalterate lungo i secoli, o esse sono modificabili e costruite dalla cultura. E se sono soggette alla nostra alterazione volontaria, allora abbiamo la libertà di fare della bellezza ciò che vogliamo. E sicuramente ciò che dovremmo desiderare è un mondo in cui la vulnerabilità di chi osserva è maggiore o uguale alla vulnerabilità della persona osservata, un mondo in cui il tumulto colmo di piacere dell’atto di osservare è il preludio ad azioni che accresceranno la bellezza già presente, come scrivere una poesia, un dialogo filosofico o una commedia divina; oppure atti come riparare un torto o un’ingiustizia sociale. O la bellezza richiede di per sé che noi facciamo queste cose (la visione essenzialista), o abbiamo la libertà di fare della bellezza il meglio che se ne può fare (e la bellezza ci imporrà di farlo). […]

È importante osservare il modo in cui la bellezza opera non solo rispetto a qualcuno che si ama, ma anche rispetto alla vasta schiera di persone belle che si muovono nello spazio pubblico. […] La struttura della percezione della bellezza sembra essere bipartita: prima si dà involontariamente attenzione alla persona o alla cosa bella; poi, questa nota di attenzione accresciuta è estesa volontariamente a altre persone o oggetti. È come se le cose belle fossero state sparse qua e là nel mondo per servire come piccoli risvegli per la percezione, incitando l’attenzione venuta meno a tornare al suo livello più acuto. Per mezzo della sua bellezza, il mondo ci riaffida continuamente a uno standard rigoroso di attenzione percettiva: se non siamo noi a cercarla, lei viene a prenderci. Il problema dell’indifferenza laterale non è dunque prova di un punto di debolezza, bensì di un punto di forza: nel momento in cui siamo arruolati per il primo evento, siamo già stati messi in grado di portare a termine il secondo. […]

Un’ultima considerazione ci permetterà di passare alle affermazioni positive nei confronti della bellezza. Abbiamo visto che i due argomenti politici sono completamente in contraddizione tra di loro. Se dovessimo muoverci non verso l’intricato interno, ma verso l’esterno dell’argomentazione nel suo complesso, se dovessimo, in altre parole, muoverci all’esterno degli argomenti politici e contemplare la loro relazione con gli argomenti non-politici usati per attaccare la bellezza – ci troveremmo di fronte alla stessa incoerenza.

Un esempio è il caso della degradazione della bellezza a cui si è giunti come risultato del suo paragone con il sublime. La nozione di “sublime” non è incoerente di per sé, e non è incoerente nemmeno il modo in cui il sublime sminuisce sistematicamente la bellezza. Quello che è incoerente è la relazione tra il tipo di affermazioni operate da questa degradazione e gli argomenti politici che abbiamo visto sopra. Il sublime ha rappresentato una categoria estetica fertile negli ultimi venti anni, e se ne è scritto con una complessità tale che richiede di delineare queste affermazioni solo nella loro forma più breve, così che anche chi non ha familiarità con questa estetica sappia di che cosa si stia parlando. Alla fine del XVIII secolo, autori come Kant ed Edmund Burke hanno suddiviso il dominio dell’estetica (che in precedenza era stato fatto coincidere con la bellezza (in senso inclusivo) in due domini, il sublime e il bello. […]

Il sublime ha causato la degradazione del bello perché assicurava che i prati fioriti, più che essere percepiti nella loro “continuità” con il silenzio austero degli antichi boschi (come era successo quando le due cose convivevano nel dominio inclusivo della bellezza), venivano allora visti come un contrappunto a quei boschi. Se prima era, il non-montagnoso, il non-virtuoso, la non-notte. Ogni attributo o ogni istanza del bello divenne elemento di una coppia di termini contrapposti, e dato che era quasi sempre l’elemento più debole, era anche l’elemento che si poteva eliminare. […]

Si può comprendere quanto strana, eppure efficace, sia la cooperazione tra la degradazione del bello da parte del sublime e la degradazione politica, seppure esse rimangano profondamente contraddittorie l’una con l’altra. Il sublime (un’estetica del potere) rifiuta la bellezza sulla base del suo essere debole, trascurabile, non abbastanza potente. La politica rifiuta la bellezza sulla base del suo essere troppo potente, una potenza espressa sia nella sua capacità di portare danno agli oggetti guardati, sia nella sua capacità di sovraccaricare la nostra attenzione al punto che i nostri occhi non possono esserne liberi abbastanza a lungo per notare l’ingiustizia. Rimproverata per il suo potere, la bellezza è allo stesso tempo sminuita per la sua impotenza. […]

La bellezza ci assiste nella nostra attenzione alla giustizia

Le tesi positive in favore della bellezza […] emergono più chiaramente se consideriamo il problema della relazione tra l’osservatore e l’oggetto osservato. La questione può essere posta nel modo migliore se, per un momento, immaginiamo di non parlare di una persona che si imbatte nella bellezza per caso, o di qualcuno che, dopo aver strenuamente resistito alla bellezza, per tutti i motivi per cui si dovrebbe stare in guardia contro di essa, alla fine soccombe, bensì di una persona che la ricerca attivamente.

Qual è l’oggetto della ricerca? Che cosa si spera precisamente di provocare a se stessi quando ci si apre alla bellezza, o addirittura la si cerca attivamente? Quando si pone la stessa domanda a proposito di altri oggetti di aspirazione duratura – la bontà, la verità, la giustizia – la risposta sembra immediata. Se si persegue la bontà, si spera, facendo così, di rendersi buoni. Se si persegue la giustizia, certamente si spera di poter, un giorno, far parte dei giusti. Se si persegue la verità, si desidera rendersi saggi. C’è, in altre parole, una continuità tra l’oggetto perseguito e gli attributi propri di chi persegue. Anche se in ogni caso c’è stato un miglioramento del sé, l’iniziativa e il risultato sono in un senso molto profondo disinteressati a sé, dato che in ciascun caso nella natura stessa del mio essere buono, del mio essere saggio o del mio agire equamente sono racchiusi dei benefici per gli altri. […]

Ci sono almeno tre modi in cui si potrebbe provare ad affermare che esiste lo stesso genere di continuità tra la bellezza e chi la osserva. L’osservatore, in reazione alla vista della bellezza, spesso cerca di portare nuova bellezza all’interno del mondo e può riuscire in questo sforzo. Ma coloro che si dedicano alla bontà, o alla verità, o alla bellezza, cercano anche di compiere atti che promuovono la posizione di queste nel mondo; la particolare alterazione del sé che hanno subito (che è il fenomeno per cui stiamo cercando un parallelo) è qualcosa di aggiuntivo rispetto al fatto che essi hanno arricchito il mondo. Una seconda risposta è dire che gli osservatori delle cose belle diventano essi stessi belli nelle loro vite interiori; se i contenuti della coscienza sono pieni dei richiami degli uccelli, delle immagini mentali dei movimenti dei danzatori, dei frammenti di brani jazz per piano e flauto, del ricordo di scorci di volti estasiati, di una frase di incredibile tatto e delicatezza pronunciata da un amico, allora siamo stati resi intensamente belli. Eppure, questa risposta non può essere completamente soddisfacente, dato che, sebbene l’oggetto bello, come l’osservatore, può avere una bellezza interiore, esso ha anche caratteristiche esteriori; questa esteriorità è stata a lungo considerata cruciale per l’essenza della bellezza, e anche per il suo modo particolare di farci rivolgere in direzione della giustizia. Ma c’è una terza risposta che sembra più convincente. […] La cosa percepita, l’oggetto bello, si trova addosso un sovrappiù di vitalità, conferitogli dall’osservatore: anche se è inanimato, si arriva ad accordargli una fragilità e un conseguente livello di protezione che normalmente sono riservati agli oggetti animati. Se è inanimato come una poesia può, essendo imparato a memoria o letto ad alta voce agli altri, ricevere in prestito la vitalità della coscienza propria della persona. Se ciò che viene osservato è invece una persona, lui o lei possono farsi carico – letteralmente – dell’arrivo nel mondo di un neonato, così che la persona si trovi ora accompagnata da una vita aggiuntiva. La manifestazione più generale del medesimo fenomeno è visibile nel modo in cui la propria indifferenza quotidiana nei confronti della vitalità degli altri è temporaneamente interrotta alla presenza di una persona bella, che ci rende attenti alle richieste che la vitalità di tutti gli esseri umani ci pone, e la stessa cosa può avere luogo in presenza di un mammifero, un passero, un pesce, una pianta belli. Quello che è stato aumentato non è il livello di vitalità, che è già assoluto, ma il proprio accesso al livello di vitalità già esistente, provocando, se non un accordo perfetto, almeno un accordo meno inadeguato tra l’effettiva vitalità degli altri e il livello che attribuiamo loro ogni giorno. La bellezza sembra imporci di partecipare alla vitalità o (nel caso degli oggetti) alla semi-vitalità del nostro mondo, e di entrare nella sua protezione. La bellezza è, allora, un patto o un contratto tra l’essere bello (una persona o una cosa) e colui che percepisce. Come l’essere bello conferisce al percettore il dono della vita, così il percettore conferisce all’essere bello il dono della vita. […]

Decentramento radicale

Nel momento in cui vediamo qualcosa di bello, subiamo un decentramento radicale. La bellezza, secondo Simone Weil, ci richiede di “abbandonare la nostra posizione immaginaria come centro. […] Una trasformazione ha allora luogo nelle radici più profonde della nostra sensibilità, nella nostra ricezione immediata delle impressioni sensoriali e delle impressioni psicologiche.” […] Quando ci imbattiamo in cose belle […] esse agiscono come piccoli strappi sulla superficie del mondo che ci spingono in qualche spazio più ampio; o formano “scale che puntano verso la bellezza del mondo”, o ci innalzano (come per mezzo di correnti d’aria causate da qualcun altro), lasciando che la terra ruoti molti centimetri sotto di noi, così che quando atterriamo ci troviamo in una relazione diversa con il mondo rispetto a un momento prima. Non è che cessiamo di stare al centro del mondo (perché non ci siamo mai stati), ma cessiamo di stare al centro del nostro mondo personale. Cediamo volontariamente il nostro terreno alla cosa che ci sta di fronte.

Il decentramento radicale che subiamo in presenza del bello è stato descritto anche da Iris Murdoch durante una conferenza (tenutasi nel 1967) intitolata “La sovranità del Bene sugli altri concetti”, dedicata appunto alla bontà, non alla bellezza. “L’etica” – scrive Murdoch – “non dovrebbe essere semplicemente un’analisi della mediocre condotta ordinaria, dovrebbe essere un’ipotesi sulla buona condotta e su come essa possa essere ottenuta”. Come operiamo le scelte, come agiamo, è profondamente connesso agli stati di coscienza, e dunque “qualunque cosa alteri la coscienza nella direzione dell’altruismo, dell’oggettività e del realismo deve essere connessa con la virtù”. Murdoch individua poi la cosa migliore o la più “ovvia nelle nostre vicinanze che costituisce un’occasione per ‘dimenticarsi di sé’, ed è la cosa che popolarmente si chiama bellezza”. Descrive poi di aver improvvisamente visto un falco librarsi in volo: ciò porta alla dimenticanza di sé. Provoca lo sgretolamento di un coacervo di sentimenti che normalmente promuovono il sé (per il quale era stata “ansiosa… risentita… rimuginando forse su qualche danno compiuto al suo prestigio”). Non le capita solo di diventare “immemore di sé”, ma accade che diventa possibile un atto mentale più ampio: tutto lo spazio che prima era al servizio del proteggere, del sorvegliare e del promuovere il sé (o il suo “prestigio”) è ora libero di essere al servizio di qualcos’altro. È come se avesse smesso di essere l’eroe o l’eroina nella propria storia e diventati per diventare quello che in un racconto popolare si chiama “figura laterale” o “figura donatrice”. Può suonare non come se si fosse giunti a partecipare a uno stato di uguaglianza generalizzata, bensì come se si fosse stati appena degradati. Ma nei momenti in cui crediamo di comportarci con uguaglianza, di solito invece ci stiamo comportando come la figura centrale nella nostra storia privata: e quando sentiamo di essere meramente adiacenti, o laterali (o anche subordinati), probabilmente ci stiamo avvicinando a uno stato di uguaglianza. In ogni evento, è proprio l’alchimia etica della bellezza che fa sì che ciò che in un altro contesto potrebbe sembrare una degradazione non sia più riconoscibile come tale: è un insieme di sentimenti scomparsi. […]

Questo sembra un vero e proprio dono, e un dono che predetermina o prelude la possibilità di godere buone relazioni con gli altri. È chiaro che una “equità etica” che richiede “una simmetria delle relazioni di ognuno” riceverà molto sostegno da una “equità estetica” che crea in tutti i partecipanti uno stato di delizia nella loro lateralità. […]

La bellezza può essere naturale o artefatta; la giustizia è sempre artefatta e perciò assistita da ogni evento percettivo che si trova a incitare in noi senza sforzo il desiderio di creare. Poiché la bellezza ci mette ripetutamente di fronte ai nostri poteri di creazione, sappiamo dove e come situare quei poteri quando una situazione di ingiustizia ci impone di creare, senza guidarci, attraverso il piacere, alla nostra destinazione. Le due forme distinguibili di creazione della bellezza – perpetuare la bellezza che già esiste e originare la bellezza che non esiste ancora – hanno degli equivalenti all’interno del dominio della giustizia, come si può riscontrare nella formulazione di John Rawls di quello che è stato conosciuto dai tempi di Socrate come l’argomento del “dovere della giustizia”: abbiamo il dovere, dice Rawls, di “sostenere” gli assetti giusti dove essi esistono già, e di aiutare a farli nascere dove “non sono ancora stabiliti”. […]

C’è un esperimento mentale aggiuntivo che […] sembra rinforzare la convinzione che la bellezza […] è non-egoistica. […] Immaginiamo una popolazione con il potere di prendere decisioni sulle forme delle bellezze che saranno presenti nel nostro mondo. […] Supponiamo che a questa popolazione sia chiesto: “Nel futuro prossimo, gli esseri umani potranno disporre le cose in modo tale che ci sarà o non ci sarà un bel cielo. Volete che ci sia un bel cielo?” […] Dato che il cielo è ugualmente distribuito in tutto il mondo […] non sorprenderà che la popolazione concorderà a larga maggioranza, o addirittura all’umanimità, che il bel cielo debba continuare a esistere.

Ma che succede se si tratta ora di decidere su oggetti ed eventi non più distribuiti uniformemente nel mondo, ma marcatamente irregolari nella loro distribuzione? “Ci dovrà essere, da qualche parte, una caverna sotterranea straordinariamente bella, i cui corridoi si estendono varie miglia, aprendosi, attraverso gallerie rivestite di cristallo e gallerie di reticoli minerali, in altre gallerie, con pareti mute ricoperte di dipinti di persone che le hanno visitate migliaia di anni prima?” Gli individui di cui si chiede l’opinione non possono assumere che sia probabile che venga loro richiesto di vivere vicino ad essa, perché sono stati chiaramente informati che le caverne su cui gli è chiesto di votare esistono solo in due luoghi sulla terra. Né possono sostenere che, se mai il destino li collocherà accanto a una delle caverne, essi potranno accedere al suo profondo interno, poiché scendere dentro le gallerie richiede livelli di agilità fisica e sicurezza superiori a quelli ampiamente distribuiti tra tutta la popolazione. Ma qui sorge la domanda: non ci sono tutte le ragioni per supporre che la popolazione, anche di fronte alla piena consapevolezza che la caverna sarà probabilmente inaccessibile a loro, richiederà che una tale caverna sia mantenuta in esistenza, che sia protetta e che le sia risparmiato ogni danno? Non è possibile, addirittura probabile, che la risposta della popolazione sarà la stessa sia nel caso di oggetti distribuiti irregolarmente sia nel caso di quelli condivisi sulla faccia della terra, che si opterà – come se si stesse pensando ai cieli e ai fiori – per l’esistenza di caverne remote, di esoterici brani musicali (ancora più difficili da penetrare di quelle caverne) e di dipinti che per molte generazioni saranno posseduti da collezionisti privati e saranno visti dagli occhi di quasi nessuno?

Gli esseri umani sembrano auspicare all’esistenza della bellezza esista anche quando il proprio interesse personale non è servito da essa; o forse, più precisamente sembrano intuire che il proprio interesse personale gode dei benefici di una bellezza di cui godono persone lontane. Di fatto, anche se questo è stato descritto come un esperimento mentale, non c’è niente di congetturale in esso; il voto sui fiori è già stato espresso (gli umani nel corso dei secoli hanno nutrito i fiori e li hanno spostati di luogo in luogo, arricchendo quello che c’era già); il voto sul cielo è stato espresso (pensiamo al recente movimento ambientalista); e il voto sulle caverne è stato espresso innumerevoli volte. Sarebbe altrimenti inspiegabile perché la gente si indigni così tanto venendo a sapere che un dipinto di Vermeer è stato rubato dal Gardner Museum senza alcuna rassicurazione che la sua superficie rimanga protetta; perché la gente si arrabbi per la scomparsa di distese di alghe di cui non avevano mai sentito parlare fino al momento in cui sono stati informati della loro perdita; perché i musei, le scuole, le università impieghino tanta cura affinché i begli artefatti di persone vissute in un remoto passato siano trasmessi con certezza alle persone nel futuro. Non stiamo tirando a indovinare: le prove sono davanti a noi.

Questo testo è un estratto del libro On Beauty and Being Just (Princenton University Press, Princenton 2009, pp. 3–7, 29, 57–59, 62, 72–75, 77, 81–90, 111–115, 119, 122–124).

 

Literature

Iris Murdoch, The Sovereignty of Good over Other Concepts: The Leslie Stepehn Lecture, Cambridge University Press, Cambridge 1967, pp. 2, 10.
John Rawls, A Theory of Justice, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1971, pp. 83–87 [versione dell’autore].
Simone Weil, “Love for the Order of the World”, in Waiting for God, Harper & Row, New York 1951, pp. 159, 163, 180 [versione dell’autore].

Elaine Scarry (1946, USA) è Walter M. Cabot Professor of Aesthetics and the General Theory of Value presso la Harvard University ed è autrice di numerosi e acclamati libri, articoli e saggi. Dopo gli studi in Inglese e Scienze politiche presso la Chatham University, ha proseguito le sue ricerche fino al conseguimento del dottorato di ricerca presso la University of Connecticut. I suoi ambiti di studio comprendono la teoria della rappresentazione, il linguaggio del dolore fisico e la struttura della creazione verbale e materiale nella creazione artistica, nella scienza e nella giurisprudenza. È stata professore di Inglese presso la University of Pennsylvania. Tra le sue principali pubblicazioni possiamo ricordare: The Body in Pain: The Making and Unmaking of the World (Oxford University Press, New York 1985); Literature and the Body: Essays on Populations and Persons (Johns Hopkins University Press, Baltimore 1990); Resisting Representation (Oxford University Press, New York 1994); Dreaming by the Book (Farrar, Strauss & Giroux, New York 1999); On Beauty and Being Just (Princeton University Press, Princeton NJ 1999); Who Defended the Country? A New Democracy Forum on Authoritarian versus Democratic Approaches to National Defense on 9/11 (Beacon Press, Boston MA 2003); Rule of Law, Misrule of Men (Boston Review Books, MIT Press, Cambridge MA 2010); Thinking in an Emergency (W. W. Norton, New York 2011).



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