Franziska Nori

Francis Bacon

Il saggio è parte del catalogo “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporenea”, a cura del CCC Strozzina, Fondazione Palazzo Strozzi ed edito dalla casa editrice Hatje Cantz (www.hatjecantz.de).


Franziska Nori

Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea

“Quando si riesce a dare un nome alle cose si diminuisce la sofferenza nel mondo”. Parafrasando questa frase di Albert Camus potremmo dire che quando si riescono a trovare le parole per raccontare un’esperienza di dolore allora qualcosa cambia nell’essere umano e nella sua percezione del mondo. Questa esperienza diviene visibile, verbalizzabile e quindi condivisibile. Nasce un’idea di solidarietà, un’uscita dalla solitudine.
Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea propone il lavoro di artisti che esplorano il tema dell’esistenza. Le loro opere danno forma a stati d’animo e interrogativi che l’essere umano si pone nel rapporto con la sfera più intima ed emotiva del proprio io, ma anche con il corpo, proprio e altrui, e con il mondo circostante. Punto di partenza è un nucleo di opere del grande maestro Francis Bacon, la cui opera entra in dialogo con il lavoro di cinque artisti contemporanei: Nathalie Djurberg, Adrian Ghenie, Arcangelo Sassolino, Chiharu Shiota e Annegret Soltau.
La mostra permette di avvicinare sensibilità diverse andando oltre le differenze temporali e culturali tra i diversi artisti. In un certo senso le opere di Bacon sono sottoposte a una verifica della loro attualità, attraverso il confronto con cinque artisti che in modo diverso a livello formale, di scelta di linguaggi e di sensibilità sono caratterizzati da un’attitudine di ricerca simile o paragonabile nell’intensità quasi ossessiva del suo lavoro. La commistione tra figurazione e astrazione, i corpi trasfigurati, il riferimento a elementi autobiografici, l’utilizzo di diverse fonti iconografiche, la tensione e l’isolamento come metafore della vita dell’uomo sono elementi fondamentali nel lavoro dei cinque artisti contemporanei.

Obiettivo della mostra non è cercare di creare dirette connessioni o rapporti di causa-effetto tra le opere di Bacon e quelle degli altri cinque artisti. Il percorso espositivo è ideato in modo da far sì che lo spettatore si metta in relazione con spazi che permettono un’immersione nella dimensione estetica ed emotiva propria di ognuna delle diverse posizioni artistiche. Attraverso un andamento che potremmo definire “a onde”, le opere di Bacon scandiscono l’inizio dell’esposizione per poi tornare in una sorta di eco nel resto della mostra, mettendo a confronto personalità molto diverse, ma che hanno in comune la capacità di coinvolgere il pubblico in una riflessione di carattere esistenziale sul vivere contemporaneo.
Nelle prime due sale sono presentate opere appartenenti a diversi momenti del lavoro di Bacon, che affrontano alcune delle tematiche centrali della sua opera, in primo luogo la figura umana, rappresentata in uno stato di isolamento all’interno di spazi svuotati, deformata e contorta su se stessa.
Tra le opere, spiccano alcune tele non finite – conservate da Bacon nel suo studio per lunghi anni e dopo la sua morte entrate a far parte della collezione della Dublin City Gallery The Hugh Lane. Queste ultime sono esposte per la prima volta fuori dall’Irlanda, permettendo al pubblico del CCC Strozzina di cogliere in maggior profondità anche gli aspetti più processuali del lavoro dell’artista.

Responsabile della sezione della mostra dedicata a Bacon, Barbara Dawson, direttrice dell’istituzione irlandese che dal 1998 ha rilevato e preserva lo studio londinese dell’artista conservandolo nella sua integrità, ha elaborato una selezione di opere che sollecita un’ampia riflessione sull’intenso processo di ricerca visiva dell’artista, ponendo a confronto opere compiute e non finite con una selezione di materiali fotografici e cartacei del suo studio: riproduzioni di grandi capolavori del passato, still da film, propri ritratti e fotografie di amici, immagini tratte da libri e riviste, materiale utilizzato da Bacon come strumento di lavoro per la creazione delle sue opere.
L’artista accumulava questi materiali nel suo studio in modo quasi ossessivo, usandoli ripetutamente e permettendo che si danneggiassero. Li disseminava in parte sul pavimento camminandovi sopra, lasciando che il tempo li rendesse fragili e li danneggiasse o comunque alterasse l’aspetto e la riconoscibilità dei contenuti delle immagini. Come descrive vividamente David Sylvester, Bacon non si limitava a studiare queste immagini, ma le manipolava, piegandole, tagliandole e poi ricomponendole per essere utilizzate come modelli per le sue rappresentazioni deformate di figure umane che sembrano aver perso la loro sembianza coesa.
Gli eterogenei soggetti dei materiali cartacei e fotografici che Bacon usa come modelli sono portatori di un contenuto visuale, non più oggetti auratici in sé. Nell’appropriarsi di materiali visivi che derivavano anche dai mass media dell’epoca, Bacon decontestualizzava questi frammenti per riassemblarli secondo le proprie necessità, impiegando un metodo di lavoro estremamente contemporaneo, una sorta di processo manuale del copia e incolla digitale. I soggetti che ne scaturiscono perdono del tutto la loro connotazione originaria e ricevono una propria autonomia estetica e un nuovo valore simbolico.
Dopo la prima sezione dedicata a Bacon, il percorso espositivo si apre al confronto con gli artisti contemporanei a partire da Natalie Djurberg, i cui lavori sollevano dubbi e interrogativi esistenziali che oscillano tra vita e morte, paura e desiderio, muovendosi tra tabù o aspetti complessi della condizione umana come la vulnerabilità, la solitudine, la sessualità e la morte. Le installazioni e i video della Djurberg, in mostra grazie alla collaborazione con la Fondazione Prada, divengono particolarmente rappresentativi del suo approccio, in cui contenuti spesso crudi e violenti si esprimono attraverso immagini conturbanti e grottesche, secondo uno stile solo apparentemente giocoso. I corpi delle sue figure si presentano come materia in transizione, sottoposta a processi di decomposizione e deformazione enfatizzati dall’utilizzo di un materiale malleabile e duttile come la plastilina.
Il percorso continua con la sala dedicata a Adrian Ghenie di cui sono presentate una serie di opere recenti e nuovi lavori prodotti appositamente per questa mostra. L’artista rumeno crea dipinti in cui unisce ricordi personali e immagini emblematiche della storia recente, attingendo da fonti come cataloghi o libri di storia, still da film e sopratutto immagini trovate su internet. Egli affronta il tema della memoria là dove le tracce del vissuto di un singolo individuo si fondono con quelle di eventi storici, con immagini del passato di cui il tempo ha assorbito la nitidezza a favore di tracce materiche e visive dal valore collettivo. La figura umana viene quasi aggredita, in particolare sul volto (dove è più evidente l’individualità della persona), tramite un tratto pittorico che annulla e corrompe, cancella e rende difficilmente riconoscibile il soggetto: a volte celebri protagonisti negativi della storia europea, altre volte figure anonime. Un forte senso di realismo convive con sgocciolature, abrasioni dei diversi strati pittorici e campiture cromatiche in una fusione tra figurazione e astrazione. Le forme sembrano combattere contro la propria dissoluzione dentro spazi chiusi, luoghi domestici che emanano una straniante familiarità. È la solitudine dell’individuo che colpisce, il silenzio dei paesaggi pittorici che sembrano diventare ritratti dell’interiorità.
Nella sezione successiva torna la figura umana rappresentata da Bacon, tramite una selezione di ritratti, fotografie e materiali cartacei che l’artista utilizzava per studiare, con una pulsione quasi ossessiva, i diversi stati della figura umana, come gli studi del corpo in movimento di Eadweard Muybridge, immagini tratte da libri di anatomia o di chirurgia, ma anche ritratti fotografici dei suoi amici più intimi commissionati dall’artista per essere utilizzati più volte come modelli nel corso degli anni.
Anche se in modo profondamente diverso, il corpo umano è la materia prima che caratterizza anche l’intenso lavoro di Annegret Soltau, testimoniato in mostra da opere di diverse fasi del suo percorso artistico. Nelle sue prime sperimentazioni performative la Soltau utilizza un filo nero con cui avvolge il corpo fino a provocare profonde incisioni sulla propria carne. Altre opere testimoniano il passaggio dell’artista tedesca alla fotografia, attraverso cui riesce a fissare nel tempo l’evento effimero dell’azione performativa. La Soltau arriva poi a usare la fotografia stessa come oggetto su cui intervenire con l’applicazione di fili neri cuciti a posteriori direttamente sulla carta fotografica. La violenza di tali opere è in forte contrasto con la minimale sobrietà compositiva che caratterizza il suo stile. In un parallelismo tra la dimensione corporea e fisica e quella mentale ed esistenziale, le ferite, le costrizioni e la frammentazione dei volti e dei corpi della Soltau diventano strumento di riflessione sulla propria persona per poi acquistare un valore più ampio e simbolico sulla figura umana in sé.
L’intersezione tra l’esperienza fisica e percettiva e quella mentale, che potremmo dire mnemonica, sta alla base dell’installazione site specific realizzata per gli spazi del CCC Strozzina da Chiharu Shiota, che ha lavorato per vari giorni nello spazio espositivo tessendo con un filo nero una rete inestricabile. Una sorta di performance chiusa al pubblico che lascia tracce del passaggio dell’artista. Come spesso accade nei suoi lavori, la fitta rete avvolge oggetti di uso comune che vengono sottratti alla fruizione e alla loro normale funzione. Nel caso specifico dell’installazione fiorentina gli oggetti sottratti sono alcune antiche porte in disuso di Palazzo Strozzi. L’artista giapponese conferisce una nuova densità allo spazio in cui il tempo sembra fermarsi e coagularsi, facendo emergere connessioni nascoste, dimenticate o immaginate. La Shiota sembra tradurre stati emotivi e riflessioni esistenziali in una dimensione tridimensionale, addensando memoria e sogno, elementi autobiografici e tracce di un passato che assumono una forma fisica evocativa dal valore poetico universale.
In dialogo con questa installazione troviamo una delle opere più significative della mostra, quella che viene considerata l’ultima opera di Francis Bacon, un autoritratto ritrovato su un cavalletto nel suo studio di Reece Mews a Londra, nel 1992 mentre egli moriva a Madrid. Il volto è quasi portato a compimento mentre il corpo rimane abbozzato con un leggero tratto che sembra dissolversi sulla tela grezza. Non sappiamo se questo sia davvero un autoritratto o piuttosto un volto di un vecchio amico o un profilo ripreso da una delle fonti iconografiche collezionate. Percepiamo però, ancora una volta, il tema dell’isolamento della figura, qui ancora più enfatizzato dal silenzio del vuoto spaziale di questo ultimo e vero “non finito”.
Il percorso espositivo si conclude con l’installazione site specific dell’artista italiano Arcangelo Sassolino, il cui lavoro si contraddistingue per la capacità di creare potenti forme, oggetti e sistemi meccanici che rifuggono qualsiasi concessione narrativa, ma creano le condizioni per metterci di fronte a un’esperienza esistenziale. Nel caso dell’opera creata per la mostra due pistoni mettono in trazione una pesante fune legata a due travi poste a contrasto con le spesse mura dei due ingressi della sala. Il sistema entra in funzione secondo intervalli non prevedibili portando la corda o il legno delle travi al limite della loro resistenza, fino al loro potenziale punto di lacerazione o cedimento. Questo precario gioco di equilibri di forze vale nel rapporto tra l’intero sistema e l’architettura che lo accoglie, ma soprattutto nel rapporto tra l’opera e lo spettatore, posto in una condizione psicologica di tensione e di confronto diretto con i rischi dell’opera.
Ciò che accomuna gli artisti presenti in mostra è una profonda lucidità nel trattare tematiche, spesso dolorose, dell’esistenza, seppur affrontate da prospettive diverse e con linguaggi o forme stilistiche eterogenee tra loro. Spesso partono da riferimenti o contenuti autobiografici riuscendo però a creare esperienze estetiche che generano un impatto visivo e fisico in chi le affronta, dando forma a stati emotivi e mentali comuni a molte persone e quindi condivisibili.
Altro elemento comune ai diversi artisti è l’importanza attribuita al luogo dello studio, lo spazio fisico in cui elaborano in un temporaneo ritiro dal mondo, come se si mettessero in ascolto dei propri “suoni interiori”. Gli studi di questi artisti non sono luoghi di produzione in serie dove numerosi assistenti lavorano all’esecuzione materiale di opere pre-concepite, ma sono in prima istanza luoghi di riflessione in cui gli artisti avanzano in un processo di spersonalizzazione cosicché precise sintassi formali permettono di sintetizzare diverse riflessioni e influenze concettuali e visive, fornendo l’oggetto di un’esperienza interpersonale dotata di una validità collettiva.
Le riflessioni preparatorie alla cura della mostra ruotavano attorno alla domanda sul perché le opere di Francis Bacon avessero ancora una così forte risonanza oggi. La sua opera è emblematica per la generazione che ha vissuto il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. La nostra ricerca si proponeva di scoprire se quell’esperienza dell’assurdo di Bacon ha un’eco ancora nel mondo contemporaneo come esperienza esistenziale individuale e collettiva.
Le opere di Bacon sono spesso indicate come rappresentazioni del concetto dell’assurdo, come esperienza filosofica di una Weltanschauung astratta. Tuttavia l’artista sembra puntare soprattutto a un approfondimento esistenziale del sé autobiografico. “L’idea germinale della radicale irragionevolezza dell’esistenza”, ha scritto Steven Madoff in uno scambio di e-mail durante la preparazione della mostra, “è la traiettoria della postulazione dell’esperienza umana operata da Bacon. Le sue figure nascono dal crogiolo di una non necessità e una sregolatezza innata, che si inarca dall’energia del caos a un esaurimento emotivo e, per estensione, biologico, il cui punto centrale è la furia della carne.”
Se i filosofi e intellettuali esistenzialisti del XX secolo esprimevano una riflessione figlia dell’esperienza traumatizzante, e inedita nella sua grandezza, delle due guerre mondiali, oggi assistiamo a una sorta di nouvelle vague di intellettuali che partono da fenomeni più prettamente individuali. Mossi da un pragmatismo di stampo postmoderno, successivo al crollo delle grandi utopie novecentesche, questi ultimi lavorano consapevoli dell’impatto degli impulsi personali sui paradigmi della cultura dominante. Sembrano ripartire dalle osservazioni sul sé nel rapporto con la realtà e i conflitti della vita quotidiana, come, in primo luogo, lo stato di precarietà materiale delle generazioni più giovani e la crisi di un sistema di valori collettivi che ha portato alla convinzione di dover trovare soluzioni individualistiche a fenomeni di cui tutta la collettività si dovrebbe far carico.
All’interno di riflessioni che potremmo definire neo-esistenzialiste, tema centrale è il corpo, interfaccia che definisce e circoscrive la qualità dei rapporti interpersonali in una società sempre più estetizzata. Esso diviene un oggetto da plasmare e controllare, generando anomalie e conflitti al limite della patologia. Michela Marzano, docente di Filosofia morale presso l’Università Descartes di Parigi e autrice di un contributo inserito all’interno di questo catalogo, lavora sulle diverse conflittualità della persona nel rapporto con la dimensione del corpo. Di fronte ai profondi cambiamenti della società e a progressi nel campo della scienza e della medicina sempre più eticamente problematici – dalla manipolazione genetica all’utilizzo di organi animali o artificiali nei trapianti umani – sono necessari un radicale ripensamento e una verifica dell’idea del corpo. Esso, secondo la Marzano, è lo strumento tramite cui la persona esprime e materializza stati interiori, malesseri e patologie individuali che sempre più acquisiscono uno status di fenomeno collettivo: la chirurgia estetica, l’anoressia, la violenza subita (specialmente da donne e bambini) e quella auto inflitta sono tematiche che vengono affrontate anche nei lavori in mostra da artisti come Nathalie Djurberg e Adrian Ghenie.
Mehdi Balhaj Kacem, filosofo di origini algerine che vive e lavora a Parigi, investiga temi come la memoria, la paura della morte e il male, soggetti che ritroviamo centrali nella poetica degli artisti coinvolti nella mostra. Kacem, allievo di Alain Badiou, si interroga sulla natura del male, fenomeno da cui da sempre l’uomo è attratto e che tradizionalmente gli studi filosofici non hanno approfondito se non come elemento collaterale a soggetti come la verità, la scienza, la politica o l’arte. È in particolare la entertainment culture contemporanea che sembra subire il fascino di questo tema, che trova una sua espressione banalizzata in generi musicali come il rap o il metal, o in video giochi, film o programmi televisivi in cui la violenza e il male diventano contenuti quotidiani e normalizzati. Kacem definisce il male come “quel di più di sofferenza che solo l’uomo porta nel mondo. Gli animali non conoscono l’idea della tortura” (vedi l’intervista con Gero von Randow; “Die Zeit”, 3 ottobre 2011). Questo “di più di sofferenza”, secondo Kacem, si esprime nella “scientificità” dell’uomo, dove il termine scienza è da intendersi come abilità dell’uomo a produrre strumenti per ottimizzare il raggiungimento di uno scopo atroce, identificando una linea diretta tra il topos culturale del peccato originario di matrice cristiana e l’apocalisse ecologica indotta dall’uomo.
Interessante è anche l’idea di sublimazione della paura esistenziale che Kacem introduce quando riflette sull’arte contemporanea. La produzione artistica, secondo il filosofo, permette di affrontare l’eterno sentimento di paura rispetto alla morte sfruttandolo e canalizzandolo. Nella creazione di un’opera d’arte il rapporto con la morte è vissuto nel senso della capacità di generare un impulso emotivo tale da permettere il lavoro artistico stesso. Fornendo una sorta di indiretta interpretazione sul lavoro di artisti come Arcangelo Sassolino o Chiharu Shiota (quest’ultima definisce il proprio lavoro come una ricerca di una “assenza dell’esistenza”), Kacem individua il potere dell’arte nella capacità di affrontare la paura della morte, di scioccare e traumatizzare generando però un paradossale piacere intellettivo: “È il nostro nichilismo aristotelico, il nostro rapporto con il senso di potere e la violenza affettiva bruta.” (Conversazione tra Mehdi Belhaj Kacem e Djamel Kokene , 8 aprile 2012). L’oggetto d’arte, inteso anche come oggetto concettuale e non necessariamente fisico, diviene il simbolo di un rinnovato senso di controllo e riappropriazione nel rapporto tra esistenza umana e realtà. La paura cessa di essere una forza immobilizzante e diventa motore creativo.

 

Il catalogo della mostra vuole essere uno strumento di riflessione su questi diversi temi tramite le schede di approfondimento sulle opere degli artisti e i saggi di Michela Marzano, Martin Harrison e Barbara Dawson. Questi ultimi due contributi risultano fondamentali per poter riflettere sul lavoro di Francis Bacon alla luce dei più recenti studi. Harrison, eminente studioso di Francis Bacon e curatore del catalogo ragionato dedicato al suo lavoro, si concentra sull’importanza fondamentale dell’archivio visivo dell’artista, testimoniato in mostra tramite i materiali provenienti dal suo studio. La Dawson, invece, lavora in particolare sul significato e l’importanza delle opere non finite di Bacon, il cui ruolo nella sua produzione artistica lascia ancora spazio a nuove possibilità di studio e di approfondimento.
Oltre al catalogo, come in ogni progetto del CCC Strozzina, ulteriore stimolo di riflessione è dato dalla programmazione di conferenze e attività che si terranno durante tutto il periodo della mostra, da quelle per le scuole e le università a quelle per le famiglie o gli adulti. Il programma di lecture del giovedì in particolare permette di approfondire la conoscenza del lavoro degli artisti, proponendo anche chiavi di lettura interdisciplinari sui temi della mostra. Se, da una parte, saranno la stessa Barbara Dawson e gli artisti Adrian Ghenie e Arcangelo Sassolino a confrontarsi direttamente con il pubblico, dall’altra ci saranno interventi di esperti del calibro di Franco Rella, filosofo e docente di estetica che affronterà i temi del corpo e del male, Luigi Ficacci, uno dei più importanti studiosi italiani di Francis Bacon, Federico Ferrari, filosofo e critico d’arte che interverrà sul tema dell’autoritratto e, grazie alla collaborazione con la Fondazione Studio Marangoni, di Giovanna Calvenzi e Nicoletta Leopardi, le quali daranno il loro contributo su tematiche quali il genere dell’autoritratto femminile e il ruolo dell’archivio nel recupero di un nuovo sguardo verso la vita quotidiana dal punto di vista di studiose di fotografia.
Oltre a ringraziare per la collaborazione la Dublin City Gallery The Hugh Lane, tutte le gallerie e gli artisti coinvolti che hanno permesso l’organizzazione della mostra, vorremmo in particolare sottolineare il supporto morale e organizzativo dell’Estate di Francis Bacon, che nel suo ruolo di tutela dell’artista ha contribuito a realizzare possibile questo progetto.

 

Franziska Nori è direttore del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze). Dal marzo 2007 è responsabile per il programma artistico del centro di cui è stata curatrice di mostre come “Sistemi emotivi” (2007), “Arte, prezzo e valore” (2008), “Gerhard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea”, “As Soon As Possible” (2010), “Identità virtuali” e “Declining Democracy” (2011) e di installazioni site specific nel Cortile di Palazzo Strozzi, realizzate da artisti come Michelangelo Pistoletto, Yves Netzhammer, Wang Yu Yang e Loris Cecchini. Si è laureata in antropologia culturale, letterature romanze e storia dell’arte presso l’università Johan Wolfgang Goethe di Francoforte. Dal 2000 al 2003 ha diretto il dipartimento di arti digitali “digitalcraft” presso il Museo di Arti Applicate di Francoforte (MAK), in cui è stata inaugurata la prima collezione museale dedicata a manufatti digitali, organizzando mostre dedicate a temi della cultura digitale come “I Love You”, sul mondo degli hacker e dei virus informatici, o “adonnaM.mp3”, un’analisi del file e network sharing sulla rete. Dal 2005 al 2007 ha fatto parte del comitato scientifico della New Media International School dell’Università di Lubecca. Nel 1998 ha svolto per la Commissione Europea uno studio sulle future strategie per i musei europei nel loro lavoro sul patrimonio culturale digitale. Dal 1994 al 1997 ha lavorato come curatrice indipendente d’arte moderna e contemporanea per istituzioni internazionali come la Schirn Kunsthalle di Francoforte, il Museum fur Moderne Kunst di Vienna, il Museo Nacional Reina Sofia di Madrid, la Fundación la Caixa a Palma di Maiorca e la Fondazione Lucio Fontana.



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