07/02/2008
08/02/2008
14/02/2008
15/02/2008
21/02/2008
22/02/2008
28/02/2008
29/02/2008
07/02/2008 versione lunga
08/02/2008 versione lunga
14/02/2008 versione lunga
15/02/2008 versione lunga
21/02/2008 versione lunga
22/02/2008 versione lunga
28/02/2008 versione lunga
29/02/2008 versione lunga
 
       
       
     
       
07/02/2008 17.45 - 20.00
    SPAZI
Immigrazione, floating territories
 
       
   

Sui letti del fiume di Aldo Innocenzo, Italia, 2007-2008, 23’
Produzione e distribuzione: Stalker-Osservatorio Nomade
Montaggio: Aldo Innocenzi

Stalker presenta in prima italiana il suo ultimo laboratorio sul territorio urbano, una indagine sulle condizioni di vita della comunità Rom stanziatasi lungo gli argini del Tevere. Il progetto è stato realizzato con gli studenti del corso di "Arte civica" della Facoltà di Architettura dell'Università Roma Tre, tenuto da Francesco Careri.

Stalker-Osservatorio Nomade è un laboratorio di arte urbana attivo a Roma dal 1995. Soggetto collettivo, composto da artisti e architetti, compie ricerche e azioni sul territorio, in Italia e all’estero, con particolare attenzione alle aree di margine e ai vuoti urbani, spazi abbandonati o in via di trasformazione.
Dal maggio del 1999 Stalker occupa, insieme alla comunità kurda di Roma, l’edificio dell’ex veterinario del Campo Boario (ex mattatoio), per sperimentare una nuova forma di spazio pubblico contemporaneo fondata sull’accoglienza e l’ospitalità. Un territorio dove verificare, attraverso l'ascolto e l'interazione con lo spazio vissuto, le potenzialità di relazione tra l’attività artistica e la solidarietà civile. Attraverso azioni, progetti, concorsi, mostre, workshop e diverse forme di mappatura e riciclaggio del territorio Stalker intende indagare possibilità alternative alle tradizionali modalità dell’intervento urbano. Agli iniziatori di questa esperienza (Francesco Careri, Aldo Innocenzi, Romolo Ottavini, Giovanna Ripepi, Lorenzo Romito, Valerio Romito), si sono aggiunte nel tempo, con forme diverse di collaborazione, molte altre presenze, con le quali nel 2002 nasce l’Osservatorio Nomade, una rete che estende e articola la pratica operativa di Stalker, e la rende confrontabile con le istituzioni politiche e culturali, le discipline di ricerca, i media e l’opinione pubblica.



Border di Hans Op de Beeck, Belgio, 2002, 2’44”
Courtesy Galleria Continua, San Gimignano

La radiografia di un camion di grandi dimensioni mostra, nascosto tra la merce da trasporto, un gruppo di rifugiati clandestini. Il dramma della fuga dal proprio paese condensato nelle immagini a Raggi-X dell’artista belga.

Hans Op de Beeck è nato a Turnhout, in Belgio, nel 1969. Vive e lavora a Bruxelles.
L’artista costruisce e mette in scena luoghi urbani e familiari, contemporanei e fittizi, situazioni e personaggi che risultano estremamente comuni allo spettatore: angoli isolati dedicati alla riflessione o spazi affollati, talvolta popolati da goffi personaggi che in parte ci mostrano le nostre dinamiche esistenziali e il modo in cui cerchiamo di gestire il tempo, lo spazio e gli altri. Nel 2004, presso il Museo di Arte Contemporanea dell’Aja, l’artista ha esposto un’installazione a grandezza naturale, Location 5, (precedentemente presentata ad Art Unlimited a Basilea): evocazione notturna di un ristorante sull’autostrada, divenuta poi opera permanente al Towada Art Center in Giappone. Nel 2006 in occasione della Biennale di Shanghai ha presentato l’opera dal titolo T-Mart, ricostruzione di un supermercato immaginario, anch’esso visto di notte, riportato in vita dalla proiezione di un film di animazione digitale che illustra non soltanto la pace e la bellezza del luogo, ma anche l’effetto shock suscitato da un ambiente così addomesticato e razionalizzato. The Building è stato esposto nella collettiva La città che sale. We try to build the future, allestita presso il MACRO Future di Roma, nel 2007.



De-Lete di Jenny Marketou, USA, 2001-2006, 9’30”
Courtesy Galerie Anita Beckers, Francoforte

Nell’estate del 2001 Jenny Marketou trascorre alcuni giorni a Tijuana, sul confine tra Messico e Stati Uniti, filmando tutto quello che accade. Dal montaggio delle immagini, virate in differenti colori, emerge la dimensione drammatica e paradossale di una quotidianità vissuta lungo barriere invalicabili. Reinterpretazione d’artista di uno dei luoghi più caldi della frontiera tra i due paesi.

Jenny Marketou (1954) è un’artista greca che vive e lavora negli Stati Uniti. La sua ricerca si è affermata in campo internazionale a partire dalla metà degli anni Novanta, con una pratica operativa volta a realizzare sistemi comunicativi aperti, in cui la dimensione sociale del lavoro riveste un ruolo rilevante. I mezzi impiegati dall’artista comprendono videoarte e videoinstallazione, performance, fotografia, sistemi di interazione con il pubblico e utilizzo della rete web. Un lavoro ampio e diversificato, le cui referenze culturali risalgono a Fluxus e ai Situazionisti, con un interesse per le moderne tecnologie come la videosorveglianza e il videogame, tecniche riutilizzate dall’artista nella ricerca di nuove forme di rappresentazione e narrazione visiva.
Jenny Marketou ha rappresentato la Grecia alla Biennale di San Paolo in Brasile, nel 1998. Le sue opere sono state presentate all’interno di rassegne di videoarte, musei e istituzioni internazionali, tra cui: Transmediale, Berlino (2001), Kunsthalle Düsseldorf (2002), The New Museum of Contemporary Art, New York (2002), Reina Sofia, Museum of Contemporary Art, Madrid (2004), ZKM, Centre for Art and New Media, Karlsruhe (2005), Art Video Lounge, Basel/Miami Beach 06, Miami (2006).



De l’autre côté di Chantal Akerman, Francia, 2002, 99’
Produzione e distribuzione: Amip

Presentato in numerosi festival internazionali (La Rochelle, Cannes, Les Ecrans documentaires), De l’autre côté è il modo in cui i Messicani, che vivono nei villaggi miserabili della frontiera, parlano degli Stati Uniti. “Dall’altra parte” è la ricchezza, la possibilità di guadagnare sufficientemente per tornare al villaggio e far vivere degnamente la propria famiglia. Ma è anche il tentativo di molti di passare clandestinamente il muro che divide i due paesi al prezzo della vita.

Premiata nel 2004 con la Medaglia Fellini dall’Unesco per il suo contributo al rispetto della diversità culturale, Chantal Akerman (Bruxelles 1950) esordisce alla fine degli anni Sessanta con Saute, ma ville (1968), cortometraggio che rivela già alcune caratteristiche del suo stile e delle sue tematiche, quali la quotidianità come causa di eventi drammatici ed eccezionali. Del 1975 è il film che la rivela al grande pubblico Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce 1080 Bruxelles, presentato al Festival di Cannes. Il suo cinema rifiuta le tradizionali convenzioni narrative, a favore di una destrutturazione del racconto attraverso l’uso del piano sequenza e del tempo reale. Nel 1993 il Festival dei Popoli presenta D’Est, documentario che narra un lungo viaggio della regista nell'Europa dell'est, alla ricerca delle radici familiari. Del 1996 è Un divano a New York, con William Hurt e Juliette Binoche, mentre nel 2000 realizza La Captive. Autrice di 41 film, la Akerman ha partecipato con installazioni video ad esposizioni d’arte contemporanea quali La Biennale veneziana del 2001 e Identità e nomadismo al Palazzo delle Papesse a Siena (2005).

 
       
    inizio pagina