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28/02/2008 17.45 - 20.00
    TEMPO
Tempo vissuto proiettato nel futuro
 
       
    Scene for New Heritage Trilogy di David Maljkovic, Croazia,
2004-2007, 21’20’’

Courtesy Annet Gelink Gallery, Amsterdam

Il Petrova Gora Memorial Park, creato durante il regime comunista yugoslavo in memoria delle vittime della Seconda Guerra Mondiale, diventa il cardine di una riflessione che l’artista croato compie sul senso della storia, e su come questo senso possa mutare per le generazioni a venire. La trilogia è un viaggio in un ipotetico futuro, ambientato nel 2045; ogni tappa della trilogia costituisce poi un successivo avanzamento temporale segnato da una nuova generazione di giovani visitatori, che si relazionano, ogni volta differentemente, con una memoria storica sempre più difficile da riconoscere. In questo stato di amnesia collettiva, mentre la questione dell’eredità del passato resta irrisolta, il futuro si apre come un buco nero, che inghiotte ma nello stesso tempo promette altre prospettive e altre possibilità.

Nato a Fiume, in Croazia, nel 1973, David Maljkovic vive e lavora tra Zagabria e Berlino. Nel 2007 Scene for New Heritage Trilogy è stato presentato alla Whitechapel Art Gallery di Londra, al P.S.1 di New York e al CAPC Musée d’art contemporain di Bordeaux. Maljkovic ha esposto in collettive presso musei e istituzioni quali il Centre Pompidou di Parigi (2007), il KW Institute for Conterporary Art di Berlino (2005), la Biennale di Istambul (2005).



Supersuperficie/Vita. Un modello alternativo di vita
sulla terra
di Superstudio, Italia, 1972, 9’35”

Produzione: Supercosmic
Courtesy Archivio Superstudio

Il gruppo fiorentino di architettura radicale ha realizzato questo film come parte di una serie (rimasta incompiuta) incentrata sui rapporti tra l’architettura intesa come formalizzazione cosciente del pianeta, e gli atti della vita umana.

La vicenda di Superstudio, gruppo formato da cinque giovani neolaureati alla facoltà di Architettura di Firenze, Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Gian Piero Frassinelli, Alessandro e Roberto Magris, ha dimostrato a cavallo fra i Sessanta e i Settanta un approccio diverso ed originale nei confronti dell’architettura e del design, conducendo una visionaria sperimentazione formale e linguistica frutto di una grande passione per l’arte, la letteratura, la filosofia e la fantascienza. Fra gli esponenti più attivi del movimento dell’Architettura Radicale, il gruppo si è interessato di design e di urbanizzazione totale. Il loro contributo visionario ed utopico, ha prodotto strappi linguistici anticipando tendenze architettoniche ed urbanistiche assolutamente contemporanee, oggi realizzabili.



The Wild Blu Yonder (L’ignoto spazio profondo)
di Werner Herzog, Germania-Inghilterra-Francia, 2005, 81’
Produzione: Werner Herzog Filmproduktion,
West Park Pictures, Tetra Media, France 2
Distribuzione: Fandango

con: Brad Dourif
montaggio: Joe Bini
musiche: Ernst Reijseger
suono: Joe Crabb

Un gruppo di astronauti gira intorno alla terra diventata inabitabile. L’equipaggio dell’astronave deve trovare nello spazio il posto più ospitale dove installarsi. Uno di essi narra l’ultimo viaggio dell’umanità nell’ignoto spazio profondo. The Wild Blue Yonder, definito da Herzog science fiction fantasy, rappresenta uno dei punti più alti del suo percorso artistico. Con creatività visionaria il regista unisce musica, affidata al violoncellista Ernst Reijseger e al Coro di Bosa, e immagini straordinarie, dallo spazio all’oceano del polo sud, creando uno scenario di intenso lirismo per comunicarci di proteggere il nostro più prezioso e insostituibile patrimonio, il nostro pianeta…

Nato a Monaco nel 1942, Werner Herzog (W.H. Stipetic il suo vero nome) ha prodotto, scritto e diretto più di 40 film, pubblicato più di una dozzina di libri e diretto molte opere liriche. Esponente negli anni Settanta del “nuovo cinema tedesco”, la sua opera è stata spesso definita visionaria ed eccentrica. Animato da sfide impossibili sia nel mostrare il cuore di una foresta talvolta ostile come in Fitzcarraldo e in Diamante bianco, che quello degli uomini come ne La ballata di Stroszek e Grizzly man, è fautore di un cinema al limite tra fiction e documentario, contraddistinto da un rigore estremo, dalla ricerca dell’assoluto e di una verità estatica dove poesia e musica giocano un ruolo fondamentale.
 
       
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